
IL MAIO DI BAIANO: UN RITO ARCAICO E SEMPRE NUOVO
Da un Post di Pasquale Colucci in Dimentichiamo il Baianese "Costrui...Amo la Città di ABELLA"
A Baiano, il 25 dicembre, più che il Natale del Signore, si celebra la vigilia della festa liturgica di S. Stefano protodiacono e protomartire, con la riproposizione pressoché integrale di un rito pagano, praticato già in età pre-cristiana dalle popolazioni celtiche dell’Europa centro-settentrionale, diffusosi poi, nel corso dei secoli, in tutto il continente e basato essenzialmente sul taglio di un albero d’alto fusto, sul suo festoso e rumoroso trasporto nel centro abitato e sulla sua ricollocazione in posizione verticale in uno spazio aperto nel quale la comunità si riunisce e fa festa.
Celebrato nel mondo celtico nella data del 1° maggio per solennizzare la ripresa del ciclo vegetativo della natura e tuttora indicato in molti Paesi (Inghilterra, Germania, Svezia, Belgio) come “albero di maggio”, il rito, nel corso del Medioevo – come era avvenuto per la festa del Sol invictus del 25 dicembre, trasformata nel Natale di Gesù solo nel IV secolo dopo Cristo – fu inglobato nella cultualità cristiana e fu generalmente associato alla festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo (un tempo celebrata il primo maggio) o alle feste di altri santi le cui ricorrenze cadevano nel corso dei mesi primaverili (come tuttora avviene in vari centri, soprattutto della Lucania).
Sostanzialmente, dunque, il rito pagano della morte e della rinascita dell’albero, con l’acquiescenza della Chiesa cattolica, continuò ad essere tollerato (purché organizzato nel contesto di feste cristiane) e addirittura, pur conservando il nome di Maio (da Maius, forma latina del termine “maggio”), il rito cominciò ad essere praticato anche in altri periodi dell’anno, tanto che – come testimonia un famoso romanzo di Victor Hugo – già nel Quattrocento il Maggio/Maio era innalzato a Parigi il 6 gennaio, in occasione di una festa che unificava l’Epifania e la Festa dei Folli.
Attraverso quei tenaci e sottilissimi fili che ammagliano la vita e la storia del genere umano, orientativamente fra il basso Medioevo e l’età moderna, attraverso modalità difficilmente ricostruibili, il rito del Maio si diffuse grosso modo in tutte le regioni italiane ma solo in poche realtà (soprattutto in Lucania, Calabria, Umbria e Campania), grazie anche a particolari e specifiche situazioni geo-antropiche, esso trovò il terreno favorevole per attecchire e mettere radici.

Una di queste aree è il comprensorio avellano-baianese, le cui sei comunità hanno ciascuna il proprio rito del Maio, celebrato – con modalità anche piuttosto diverse – nell’arco cronologico che va dal 30 novembre al 20 febbraio dell’anno successivo, in occasione di feste religiose dei santi patroni o di santi particolarmente venerati.
Vissuto con notevole partecipazione popolare in tutti i centri dell’anzidetto territorio è, tuttavia, a Baiano, il 25 dicembre, che il rito del Maio trova la sua più completa, genuina, esaltante, coinvolgente concretizzazione, configurandosi come una realtà assolutamente unica, tanto che già dalla prima settimana di dicembre si avverte nell’aria una sorta di indescrivibile magia, nell’attesa di un evento che è anche una celebrazione della baianesità. Una celebrazione, cioè, dell’identità collettiva della comunità che la festa del Maio riesce magnificamente ad esprimere, rendendo protagonisti, almeno per qualche ora, tutti i partecipanti al rito: dagli addetti al trasporto del pesante tronco su un traìno tirato da due scalpitanti cavalli, a coloro che con robuste funi, da terra e dal tetto della chiesa, alzano il Maio in posizione verticale, dai membri delle associazioni di fucilieri, impegnati negli spari a festa col non semplice uso delle “carabine”, al forte e coraggioso baianese che, dopo l’alzata, sale sul Maio a forza di braccia per sciogliere le funi, fino all’enorme fiumana di popolo che fa da cornice all’evento, agitata da mille sensazioni ma, in certi momenti, quasi ipnotizzata da un rito arcaico e sempre nuovo che, sulle note del tradizionale e festoso canto Oi Stefanì, insinua nell’anima di ciascuno una struggente e arcana dolcezza.

















