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MONTEVERGINE, L’INVIOLABILE MONTE SACRO FRA STORIA E STORIE

Dalla sannitica Mater Matuta alla punica Cibele, al giardino di erbe magiche di Virgilio, a San Guglielmo, ai resti di San Gennaro, fino alla custodia della Sacra Sindone. Fonte: Napoli e il Sud, Maria Franchini racconta.

LA STORIA DEI PELLEGRINAGGI inizia con gli Hirpini e i Caudini, che già nel VIII -VII secolo a.C. si recavano sul Monte Partenio, ovvero Monte Vergine, per venerare la Dea Madre, la Mater Matuta, alla quale si affiancò e si sovrappose nel III secolo a.C. la dea del vicino oriente Cibele, culto importato dai soldati cartaginesi di Annibale. (Cibele deriva dal frigio “MATAR KUBILEYA”, madre della montagna).

La dea dalla pelle scura è raffigurata con in capo una corona turrita e un tamburello nella mano. Al suo fianco il figlio Attis, volontariamente evirato per l’impossibilità di sposare la donna amata. I due pellegrinaggi guidati dai coribanti, i sacerdoti che per devozione alla dea ed a suo figlio si eviravano con una pietra appuntita, si svolgevano nell’equinozio di primavera (21 marzo) e in quello dell’autunno (21 settembre).

Durante l’ascesa alla montagna sacra, i coribanti suonavano tamburi e cembali, in una sorta di estasi orgiastica provocata dal ritmo ossessivo dei canti e dagli infusi di erbe psicotrope.

Tali rituali continuarono fino all’alto medioevo. Poi, nel 685, scrive San Vitaliano, vescovo di Capua, egli fece abbattere il tempio di Cibele, e con le pietre del tempio si costruì una prima cappella in onore di Maria Madre di Cristo.

Il luogo ridivenne meta di pellegrinaggi allorché San Guglielmo da Vercelli vi costruì una chiesetta con annesso convento, cancellando definitivamente il ricordo pagano, che però permane, almeno nella forma, nei pellegrinaggi odierni, di cui il primo è composto da omosessuali e travestiti.

VIRGILIO, oltre a parlare del tempio e della dea nei suoi scritti, entra in scena con una delle leggende che lo circonda. La leggenda narra che il sommo poeta si recò sul monte di Cibele per ottenere l’oracolo dalla dea, che, però, lo respinge, dicendo “satis est, discendite”, “basta, vattene”. Virgilio decide, quindi, di tornare ogni estate ai piedi della montagna dove coltiverà un giardino di erbe magiche che curavano i malati (tratto da “Il segno di Virgilio” di Roberto De Simone).

E VENIAMO ALLE RELIQUIE: le più preziose furono affidate ad un monastero inviolabile attraverso i secoli. Nel 1154 il re normanno Guglielmo I, il cui padre, Ruggero II era il più grande amico del fondatore del monastero, Guglielmo da Vercelli, non si fidò più di Benevento, fu a Montevergine che fece nascondere le spoglie di San Gennaro. Talmente ben celate che se ne perse ogni traccia, finché il cardinale Giovanni d’Aragona non riuscì a trovarle e a farle poi traslare a Napoli dai Carafa.

Il sacro sudario, poi, fu custodito a Montevergine, dal 1939 al 1946, nel più assoluto segreto, sotto l’altare della cappella dove i monaci benedettini recitavano il Vespro.

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