OPINIONIPOLITICA E AMBIENTESociale

Lottiamo contro lo spreco e lo scarto

Libere riflessioni sull'appello alla salvaguardia della terra nostra casa comune.

Carmine Magnotti – La nostra sfida, oggi non è come ce la caviamo. La sfida vera è come potrà essere la vita delle prossime generazioni. Francesco rinnova così, sabato 12 settembre 2020, in occasione dell’udienza in Vaticano, l’appello alla salvaguardia della terra nostra casa comune, perché salvaguardare la casa comune riguarda tutti, specialmente i responsabili delle nazioni sviluppate e delle attività produttive.

Il papa tiene sempre a sottolineare che l’incuria del creato e le ingiustizie sociali si influenzano a vicenda. Non c’è ecologia senza equità e non c’è equità senza ecologia. La pandemia ha dimostrato che la salute dell’uomo non può prescindere da quella dell’ambiente in cui vive. I paesi poveri africani sono i più toccati dalle conseguenze del surriscaldamento del pianeta che inaridisce la terra e uccide gli animali, costringendo gli abitanti ad affrontare il calvario dell’emigrazione. I Paesi ricchi che sprecano le risorse energetiche e minerarie dei Paesi poveri sono i responsabili dell’inquinamento del pianeta.

Basta impegni generici, parole dei politici in cerca di consensi degli elettori o dei finanziatori, ribadisce Francesco, perché la vita sulla terra è in serio pericolo. Serve lavorare oggi per il domani, altrimenti i giovani e i poveri ce ne chiederanno contoFrancesco indica le parole chiave dell’ecologia integrale: contemplazione e compassione che è il vaccino migliore contro l’indifferenza, di cui è gravemente ammalata la nostra società. La terra è l’uomo che scendeva da Gerusalemme ed è caduto in mano ai briganti. Essa grida per l’inquinamento, la deforestazione e il riscaldamento globale, ma le multinazionali e le grandi aziende interessate ai profitti sono privi di compassione come il sacerdote e il levita.

Chi ha compassione entra in una lotta quotidiana contro lo scarto degli altri e lo spreco delle cose. La natura non è più ammirata e contemplata, ma aggredita e violentata. Tutti sono dipendenti dal profitto, malati di consumo. La responsabile di questa malattia è la pubblicità che ci invita a rinunciare agli oggetti che già possediamo, perché altri sono sopraggiunti, e di cui non si può fare a meno. Nella società consumistica il metro di valutazione della persona è la quantità di oggetti che possiede e non le competenze e le capacità. Se scegliamo uno stile di vita consumistico, si perdono le radici, si smarrisce la gratitudine e non siamo mai appagati da quello che possediamo.

Occorre non distrarci in mille cose inutili per guardare negli occhi chi abbiamo accanto e il creato che ci è stato donato. Il frutto della contemplazione è la compassione e patire con non è pietismo, ma un legame nuovo con l’altro. Avere compassione è una scelta, scegliere di avere alcun nemico per vedere in ciascuno il suo prossimo. La compassione è creare un legame con l’altro, farsene carico. L’uomo che scendeva da Gerusalemme si fa carico del suo simile caduto in disgrazia e perciò versa vino ed olio sulle sue ferite e gli trova un ricovero.

Ogni anno i popoli ricchi buttano via tonnellate e tonnellate di cibo per produrre il quale è stata sprecata energia, acqua e risorse agricole sottratte ai poveri. Essi hanno il sacrosanto diritto di sedersi alla tavola del ricco epulone, perché è nostro dovere condividere i frutti della terra con i meno fortunati.

Lottiamo contro lo scarto e lo spreco, esigiamo politiche che coniugano progresso ed equità, sviluppo e sostenibilità, perché nessuno sia privato della terra, dell’acqua pulita che ha diritto di bere, e del cibo. Man mano che la legge del mercato rende sempre più profonda la divisione tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri esclusi dal banchetto del consumismo, assistiamo ad una progressiva limitazione della nostra sicurezza e della nostra libertà per effetto della degradazione del povero, che ha come inevitabile conseguenza la sua medicalizzazione, quando non la sua criminalizzazione.

Se cresce il numero dei senza dimora disagiati anche le dimore dei più agiati sono insicureSe ne deduce che la libertà individuale, che appare il valore supremo e il metro in base al quale ogni vizio e virtù della società intera vanno valutati, non si raggiunge con gli sforzi individuali, ma solo creando le condizioni che estendono tali diritti a tutti.

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