Femminicidi Avellani e contorni: Una storia che viene da lontano
I casi di Angelina De Fazio, Niculella o Menechella, Augusta Vallotto, Chiarina D'Anna. Ricerche tra scartoffie, libri ingialliti e memorie orali di Nicola Montanile. Repertorio Fotografico : Fototeca del Gruppo Archeologico Avellano OdV.

Alcune morti, nel corso della storia avellana recente, sono rimaste o si sono volute far rimanere sconosciute o occultate. Ne citiamo alcune.
“Angelina De Fazio, nata a Monteforte Irpino, il 23 novembre 1856, convolata a nozze, il 20 ottobre del 1874, all’età di trentacinque anni, si vide strappare, barbaramente, lo sposo da inconscio ferro omicida”. E’ quanto si legge nel libretto commemorativo “IN MEMORIA di Angelina De Fazio Sgambati – TERZIARIA FRANCESCANA nel Primo Anniversario della sua morte. 29 settembre 1929. AVELLA – Tipografia FERRARA 1929“.

Il marito, assassinato, era Liberato Sgambati ed era proprietario di un’osteria; dalla loro unione nacquero i figli Vincenzo, Francesco, Antonio, Maria, Emilia, nonché Silverio, che diventerà Padre Superiore dell’Ordine dei Frati Minori Osservanti del Convento di Avella e, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, salvò alcuni giovani del comprensorio, con il nasconderli, camuffati da fraticelli, nella Casa del poverello d’Assisi.
Un altro omicidio di cui rimane memoria orale, secondo alcuni “preistorici”, avvenne per motivi di amore-onore, presso l’Anfiteatro avellano, quando non era stato ancora riportato alla luce e, quindi, prima del 1976.

Il fatto accadde, sicuramente, presso una delle porte di entrata, vale a dire quella Trionfale, che a quel tempo era a vista e gli ambienti erano utilizzati dai contadini e, in quanto allo stato naturale, la gente, giustamente, confondeva questi ambienti con le grotte, tant’è che tutti parlano della “Grotta di Niculella“, per indicare la località e il nome della sfortunata, anche se ancora oggi, sussistono dei dubbi riguardo il nome, in quanto, per certi, è la Grotta di Menechella“.
Non meno chiara è la vicenda che toccò ad “Augusta Vallotto, nata a Vittorio Veneto dal fu Augusto, domiciliato in vita a Vittorio Veneto, e da Minichini Annunziata, domiciliata in questo Comune (Avella), nubile”. La su indicata era nata il 22 agosto 1895 e trapassò il 2 ottobre 1918 a miglior vita, come si usa dire, all’età di venti tre anni.

Molti dicono che fosse una “internata”, considerando che ad Avella vi fosse un campo, che ospitava queste donne come asserisce la scrittrice Antonietta Favati nel suo omonimo libro (Antonietta Favati, Le internate, Mephite, Atripalda 2002).
La sua lapide trovasi nel cimitero avellano, entrando ed imboccando il primo viale a destra e proseguendo sul secondo, salendo, lato Baiano.
La sua registrazione fatta sul Registro dei Morti dello Stato Civile, al numero 130, alla presenza dell’avvocato Alfredo Borselli, Segretario Comunale, delegato dal Regio Commissario con atto in data 6 febbraio 1918, approvato dal Procuratore del Re di Avellino il sette detto – in effetti l’amministrazione dell’ingegnere e sindaco Amerigo Pescione era decaduta e quindi il dott. Carmine De Pascale Regio Commissario, aveva dato delega al su indicato – e nel registro parrocchiale di San Romano, in quanto la sua casa era ubicata in via Cardinale d’Avanzo 7, parroco Salvatore Maiella Delegatus, non presenta annotazione alcuna e, pure, si dice che avesse trovata la morte in casa di una famiglia nobiliare avellana, mentre esercitava le funzioni di cameriera.

Era il 12 dicembre del 1933 quando “in Contrada Casale di Avella venne rinvenuto, alle ore antimeridiane otto e minuti dieci, il corpo senza vita del quarantanovenne Marzio Battista fu Giglio e fu Tronchetto Avila, coniugato con Rosa Guerra“. I Carabinieri accorsi sul posto dichiararono che era morto ucciso e non ricevette i sacramenti perché morto repentinamente. Ma in un’annotazione fatta sotto il suo nome nel Registro Parrocchiale dall’allora parroco don Salvatore Ercolino, è scritto “Non si son fatto esequie per ordine del giudice“.
Ad alimentare la curiosità dell’accaduto subentra il fatto che, nella stessa giornata, una ventunenne subisce la stessa sorte, in via Casagnotta, al numero ventisette, alle ore antimeridiane cinque e minuti trenta, tale Chiarina D’Anna di Pellegrino e fu Ebraico Tea, coniugata con Gio. De Napoli; ed anche per lei si riscontra la stessa annotazione del magistrato.

Si tenga, altresì, presente che i nomi e cognomi di questa su citata vicenda sono, totalmente, inventati, ma non l’avvenimento e tutti gli altri particolari.
Rimangono da fare, a questo punto, due considerazioni di carattere giuridico, politico e di fantasia. L’una è che, sebbene si accerti che la morte sia avvenuta per omicidio e il parroco lo evidenzia con l’annotazione su menzionata, per entrambi sul Registro dei decessi del Comune appare come una normale morte, senza una benché minima spiegazione e, tra l’altro, i due vengono registrati, nella stessa pagina, con il numero di entrata uno dopo l’altro, ma il giorno seguente all’accaduto, vale a dire il tredici e, per giunta, non nella Parte Seconda Serie B, dove sono registrati i decessi avvenuti accidentalmente. E’, altresì, uopo, sottolineare anche che siamo nel pieno del periodo fascista, con Podestà il dottor Vincenzo Salvi, e la mamma della donna ha un cognome prettamente ebreo. Una ulteriore notizia, documentata, ci fa consapevoli che lui era un possidente, mentre lei era una donna di casa.

Che qualcosa sia successo lo si evidenzia dal fatto che, nel prosieguo degli anni, la fantasia popolare ha partorito una leggenda, raccontata soprattutto dai pastori che andavano a pascolare le loro pecore dove era stato ritrovato il cadere dell’uomo, i quali asserivano che le “belanti”, durante la notte, invece di dormire, si agitavano continuamente, perché avvertivano qualche presenza.
Si aggiunga, per completare l’irrisolta ed insolita vicenda che, al momento della registrazione delle morti, per la donna erano presenti quali testimoni i sigg. Conte Paolo calzolaio; Luciano Roberto sarto, Guerriero Tommaso falegname; Balletta Francesco commerciante, mentre per l’uomo c’erano Trinchese Giovanni, contadino; Antonio Pescione falegname; Colletta Giuseppe pittore; Giuseppe Sergente, possidente.

















