
Somma Vesuviana: Luci sul Casamale
Significati e permanenze rituali riconducibili a culti precristiani, attestati in zona, rielaborati dalla cultura contadina locale.
Nicola Castaldo – Ritorna ad incantare, con il tremulo luccichio delle fioche fiammelle, la festa delle “lucernelle” che rinasce, come araba fenice, ogni quattro anni per animare con le sue geometrie luminose e i suoi variopinti addobbi le strade e i vicoli del quartiere della Somma medievale, il Casamale, delimitato dalle alte mura e dalle cilindriche torri di epoca aragonese.

Già le settimane che precedono la festa, all’interno del quartiere turrito, inizia un brulicante e frenetico andirivieni di persone di ogni età intente a posizionare i supporti lignei delle lucerne fittili, ad addobbare con rami frondosi, piante sempreverdi di sottobosco ed altre varietà di piante erbacee: felci, alloro, castagno e canne palustri e lunghe “pertiche” avviluppate di edera: il “tirso” bacchico.
Le anguste e tortuose “cuparalle” simulano, con fantocci dalle fattezze antropomorfe, ma a volte prendono posto negli apparati anche gente del posto, scene di vita quotidiana che fanno da quinta e completano con il loro racconto: filatura, realizzazione di conserve, panificazione, ecc. gli scenografici apprestamenti luminosi, che imitano dei lunghi “tunnel”, ottenuti con il posizionamento di sagome geometriche concentriche e distanziate, che si raccordano ad un punto fisso posto al colmo delle strade: triangoli, quadrati, cerchi e rombi, forme e simboli arcaici di forte valenza mistico-misterica, nonostante la corposa bibliografia corrente sulla “Festa delle Lucerne”, che vuole le origini della manifestazione recenti e connesse a culti introdotti da ordini monastici.
Sicuramente è possibile riconoscere in questa festa, come in molte altre del territorio, significati e permanenze rituali riconducibili a culti precristiani, attestati in zona, rielaborati dalla cultura contadina locale: Demetra-Kore, Cibele, Dioniso.
Un antico rito stagionale “propiziatorio” e di “ringraziamento“, tipico di ambienti e culture rurali, che supportano i piccoli contenitori di terracotta ricolmi del prezioso liquido combustibile ricavato dal frutto dell’olivo, l’olio, che fiaccamente si consuma per alimentare la fiammella, che arde lentamente fino a spegnersi, metafora della vita e della morte.
È forse questo il significato più profondo e recondito di quest’incantevole festa, che ha tanti aspetti in comune con le celebrazioni dedicate ai defunti svolte in altri ambiti culturali e geografici, come l’uso di fantocci antropomorfi posti davanti a tavole imbandite e lumini accesi.

Vita e morte si rincorrono, si fondono insieme, in quei giorni di festa, fino all’ultimo scintillio delle fiammelle, fino all’ultimo avanzo di cibo delle tavole imbandite, come in un atavico rituale dei “refrigeria”; fino all’ultima nota dell’antico canto intonato dalle donne dai balconi per accompagnare Maria che teneramente mostra il figlio mentre percorre, sostenuta a braccia sulla sua portantina lignea, come una donna comune le strade del borgo.
Poi tutto tace ed ogni cosa si perde nel silenzio della notte, nelle tenebre, che avvolgono vellutate l’arsa montagna, il monte Somma-Vesuvio, nelle cui viscere arde silente il fuoco purificatore, generatore di vita e morte.

















