A proposito del libro di Antonio Trinchese presentato a Cimitile
Tante le tematiche trattate dai relatori: Re Artù tra storia e leggenda. Il collegamento con la figura storica di Lucius Artorius Castus. Gli Ausiliari Sarmati inquadrati da Marco Aurelio nell’esercito romano e spediti a difendere il confine settentrionale della Britannia possibili vettori dei miti arturiani. Le più antiche testimonianze della gens Artoria rintracciate in Campania, a Capua. Franco Manganelli e la possibile similitudine dell’etimologia di Avella e Avalon, legata a una radice indoeuropea che indica la “mela”. Il suggestivo castello di Avella e i Normanni quali grandi divulgatori delle leggende arturiane. Inevitabile la candidatura di Avella per il prossimo convegno. Servizio di Luciano di Abella.

Lo scorso 11 dicembre è stato presentato presso le Basiliche Paleocristiane di Cimitile il libro “Dalla Campania a Camelot. Le origini storiche del mito di Re Artù”, di Antonio Trinchese, in un evento organizzato dal C.I.F. Cimitile, con la partecipazione dell’autore, dell’editore Paolo Izzo (Stamperia del Valentino), del dirigente Regione Campania a r. Gennaro Pianura e dello studioso Giuseppe Nicolini, con la moderazione della prof.ssa Patrizia Napolitano.
Nel corso del dibattito, in cui sono state proiettate immagini di reperti e siti archeologici e di film ispirati alla storia e alla leggenda, si è trattato del possibile, e probabile, collegamento tra la figura storica di Lucius Artorius Castus e quella leggendaria del Re Artù di Bretagna, protagonista della più celebre saga cavalleresca medievale, continuamente riproposta in opere letterarie, artistiche, cinematografiche e mediatiche.
Ci si è sempre posti il problema della storicità di Re Artù, presentato come reale personaggio storico nella Historia Brittonum di Nennio e nella Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, ma ridimensionato da altri, o considerato puramente leggendario da molti altri.
La ricerca di figure storiche che potessero aver ispirato il personaggio letterario ha individuato vari nomi e figure, in genere molto vaghe o molto distanti da quello che si è scritto sul mitico re. Tra tutti i candidati proposti, l’unico che è storicamente attestato con certezza e che per nome e gesta coincide con Artù è proprio Lucius Artorius Castus.
Egli è stato un militare romano, vissuto con ogni probabilità tra i regni degli imperatori Marco Aurelio, Commodo e Settimio Severo, centurione di varie legioni, comandante pro tempore della flotta imperiale di Miseno, dux delle legioni romane in Britannia e governatore di una provincia, forse la Liburnia, ovvero la Dalmatia settentrionale. E in Dalmazia, nella città di Podstrana, antica Pituntium, sono state ritrovate le due principali epigrafi che testimoniano della sua carriera.
In una sede distaccata del Louvre di Parigi è conservato un signaculum, un anello per siglare documenti, di Lucius Artorius Castus, ritrovato nel XVIII secolo a Roma e recentemente rintracciato da Giuseppe Nicolini, relatore in questo evento di Cimitile.
Se le imprese attribuite ad Artù sono state collocate al tempo delle invasioni anglosassoni della Britannia, tra il V e il VI secolo, la prima testimonianza letteraria, la citata Historia Brittonum, sembra essere la trasposizione di un poema orale, non collocato in un preciso periodo storico e senza esplicita indicazione di specifici nemici. In essa Artù è denominato non re, ma dux, esattamente come Artorius Castus nella sua epigrafe.
Lo studioso di letteratura inglese Kemp Malone è stato il primo a proporre Artorius Castus come possibile base storica per Artù, nel 1925.
L’antropologa culturale Linda A. Malcor, assieme al suo maestro Scott C. Littleton, hanno individuato negli ausiliari Sarmati, popolo di guerrieri a cavallo delle steppe euroasiatiche, inquadrati da Marco Aurelio nell’esercito romano e spediti, nel numero di 5500, a difendere il confine settentrionale della Britannia, il Vallo di Adriano, che separava la Provincia romana dalla Caledonia (attuale Scozia), i possibili vettori dei miti arturiani.
Infatti, nei miti degli ultimi discendenti diretti dei Sarmati, gli Osseti del Caucaso, si ritrovano storie sorprendentemente simili a quelle del ciclo arturiano, mentre molti elementi, come il culto della spada, il drago e la cavalleria corazzata appartengono sia al mondo sarmatico che a quello arturiano.
Giuseppe Nicolini ha presentato molti reperti di chiara origine sarmatica da lui individuati in Gran Bretagna, come pure un anello d’oro con incise le parole “Artori Fortun”, sempre ritrovato in Gran Bretagna, e proprio sotto il Vallo di Adriano, che potrebbe essere appartenuto allo stesso Artorius Castus o, comunque, a un membro della sua gens, la gens Artoria.
Le più antiche testimonianze della gens Artoria, poi, sono state rintracciate in Campania, a Capua. Non sappiamo se Artorius Castus sia nato in Campania, ma questo è molto probabile, data la presenza in tale regione (a Capua, Pompei, Ercolano, Napoli, Pozzuoli, Miseno) di molte epigrafi relative alla gens Artoria, in numero superiore a quello di altre regioni dell’impero, e di gran lunga superiore se si considerano tutte quelle ritrovate nella “Regio I Latium et Campania”.
Linda Malcor ha indicato la probabile origine campana di Artorius Castus anche considerando che la prima legione in cui militò, la Legio III Gallica, reclutata soprattutto, nonostante il nome, in Italia e in Campania, e raffrontando la letteratura arturiana con la sua possibile base storica. E in alcuni racconti si narra che Avalon, scritta anche Avallon o in varianti simili, fosse non solo l’ultima destinazione di Artù, ma anche il luogo di origine di sua madre.
La studiosa americana faceva notare allora che in Campania esistono località che richiamano il nome della mitica isola, ovvero Avellino e Avella, e che pertanto una effettiva provenienza da quei luoghi potrebbe essere stata trasposta nei racconti.
Come già scrisse l’antropologo Franco Manganelli, negli anni ’70 del ‘900, l’etimologia di Avella e Avalon potrebbe essere simile, legata a una radice indoeuropea che indica la “mela”, da cui l’inglese “apple”, il tedesco “apfel”, il celtico “afal”, e simili. Goffredo di Monmouth, che per primo citò l’isola di Avalon, la chiamò anche “insula pomorum”, “isola delle mele.
Al di là della vera etimologia del nome “Avella, Abella”, il legame di tale antica città con le mele, o con frutti in genere (si pensi alle nocciole, chiamate “abellanas” in tutto il mondo ispanico, proprio per via di Avella), è testimoniato dallo stesso Virgilio, “…maliferae despectant moenia Abellae” (Eneide, libro VII).
Il suggestivo castello normanno di Avella, poi, ci ricorda che proprio i Normanni furono i grandi divulgatori delle leggende arturiane, non solo in Gran Bretagna e Francia, ma anche in Italia, dove troviamo le più antiche immagini del ciclo arturiano (Archivolto della Pescheria nel Duomo di Modena, mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto), la leggenda di Artù nell’Etna, testimoniata da cronisti medievali, la spada Excalibur donata dal re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone a Tancredi di Lecce, re di Sicilia.
Si è parlato anche dei legami di sangue fra i conti di Nola, gli Orsini, e i reali di Inghilterra, del contatto tra San Paolino, vescovo di Nola, e i Goti e gli Alani (Sarmati).
In seguito al dibattito il preside Giuseppe Pecoraro ha fatto notare come le epigrafi di Artorius Castus siano state trovate, e poi conservate, nella chiesa di San Martino (Sveti Martin in croato): un santo anch’egli cavaliere dell’esercito romano, come ricordava anche Linda Malcor, raffigurato con la spada con cui tagliò il suo mantello.
Paolino di Nola, inoltre, era in stretto contatto con il discepolo di Martino, Sulpicio Severo, il cui nome ricorre nei racconti arturiani come maestro del cavaliere Galvano, nipote di Artù. Paolino fu anche allievo del poeta Decimo Magno Ausonio: un’epigrafe del padre di Ausonio, che fu prefetto del pretorio dell’Illirico, è collocata proprio a poche centinaia di metri delle epigrafi di Artorius Castus.
Come si vede, gli argomenti trattati sono di grande interesse e fascino, e hanno lasciato in molti il desiderio di approfondirli in un futuro convegno, da tenere auspicabilmente ad Avella, come ha chiesto il prof. Pietro Luciano, direttore del Gruppo Archeologico Avellano “Amedeo Maiuri, presente all’evento, che per storia e leggende si candida ad esserne la sede naturale.

















