ANGOLO OPINIONINAZIONALI & ESTERONEWS

IL ROSARIO DI PANE DI AUSCHWITZ

Riflessioni di Carmine Magnotti sulla Giornata della Memoria. Le foto sono scaricate da internet.

Simon Wiesenthal, il famoso cacciatore di nazisti rifugiati all’estero, cosi si espresse: “Ora sappiamo che non c’è bisogno di essere fanatici o malati di mente per uccidere milioni di persone, è sufficiente essere un leale seguace pronto a fare il proprio dovere“.

Annah Arendt nel libro ‘La banalità del male” così si esprime: “Nei campi di sterminio furono compiute azioni mostruose, ma chi le era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso”.

Annah, che a Gerusalemme seguì il processo a Eichmann, uno dei più spietati criminali nazisti, scorgeva in lui e negli altri criminali, non la stupidità, ma qualcosa di completamente negativo: l’incapacità di pensare.

Tutti i criminali agirono con meticolosità burocratica sempre nei limiti permessi dalle leggi e dagli ordini. Essi avevano eseguito gli ordini e lo avevano fatto come se quello che stavano compiendo fosse un atto meccanico, la cosa più normale del mondo. Il male era estremo e non possedeva né profondità, né una dimensione diabolica, e per questo fu definito banale.

Lo sterminio fu la prova del nostro non essere umani, del nostro non aver coscienza del dolore altrui, fu il fallimento della moraleAd Auschwitz fu messo in crisi la fede, l’idea di Dio, la civiltà e la religione. Esso è il simbolo del male assoluto del sistema di annientamento posto in essere dall’ideologia nazista.

Primo Levi

Ad Auschwitz si è tentato di estirpare dal mondo il concetto stesso di uomo, privandolo della sua dignità e riducendolo ad un essere insignificante. Primo Levi diceva: “C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio. Se ci fosse Dio, non ci sarebbe Auschwitz”.

Tra i reperti del campo di sterminio è stato ritrovato un rosario fatto con la mollica di pane. Un prigioniero aveva fatto quella sfilza di minuscole palline per infilarle una dopo l’altra e avere in mano uno strumento di preghiera. La prova di un credente che rimane tale nell’inferno quando sente crollare intorno a lui ogni certezza. Il prigioniero ha resistito ai morsi della fame per costruirsi un’arma contro l’odio. Il suo bisogno di pregare è una prova della presenza di Dio nel lager.

Il padre francescano San Massimiliano Maria Kolbe ha testimoniato l’amore e la fede in un luogo costruito per la negazione in Dio e nell’uomo.

Rudolf Hess

La più grande prova della presenza di Dio nel lager è incarnata nel comandante tedesco del campo Rudolf Hess, uno dei più grandi criminali della storia, soprannominato l’Animale. Hess fu catturato e condannato a morte, ma prima di morire chiese di confessarsi e gli fu concesso. Le persone che erano presenti lo videro inginocchiarsi, torcersi per il rimorso e chiedere perdono. Forse qualcosa di buono l’aveva contagiato, come per l’Innominato dei Promessi Sposi.

Resta, comunque, ancora incomprensibile come il male assoluto sia potuto attecchire in Europa dalle radici cristiane e giudaiche e in una nazione civile con un livello culturale e artistico tutt’altro che basso.

Affinché questa tragedia non si ripeta, tutti i genitori dovrebbero insegnare ai ragazzi una cosa semplice: mai rifiutare, mai respingere, ma sempre accogliere e condividere. Non dobbiamo mai abbassare la guardia perché questa tragedia può ripetersi ancora, come dimostrano gli insidiosi rigurgiti neonazisti in tutta l’Europa, favoriti da una strisciante, ma pervasiva propaganda diretta all’indottrinamento delle nuove generazioni.

Goering, Hess, von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg durante il processo di Norimberga (Gety Images)

Secondo Anders, ebreo perseguitato nell’epoca nazista, si è determinato un cambiamento radicale di mentalità che, a suo parere, è un fatto più tragico dei sei milioni di ebrei trucidati. Anders si riferisce al passaggio dall’agire al fare: io “agisco” quando compio delle azioni in vista di uno scopo, “faccio” quando seguo bene il mio mansionario prescindendo dagli scopi finali che non conosco o ipotizzando che li conosca, non ne sono comunque responsabile.

Nel processo di Norimberga i criminali nazisti catturati, interrogati in merito alla responsabilità delle loro azioni davano sempre la stessa risposta: “Mi sono limitato a eseguire gli ordini “, oppure “Quello era il mio lavoro”. La parola lavoro cioè limita la responsabilità alla buona esecuzione degli ordini, quindi una responsabilità nei confronti del superiore senza alcuna considerazione in ordine agli effetti della propria azione.

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