
Robert Francis Prevost eletto Papa Leone XIV
Di Anselmo Pagani dal Post Arte Bellezza Conoscenza.
“La morte non è nulla, solo il passaggio dall’altra parte. E’ come se mi fossi nascosto nella stanza accanto”.
Bello credere che Sant’Agostino d’Ippona, scrivendo questi pensieri circa 1600 anni or sono, non si sia sbagliato. In tal caso, v’è da stare certi che lo scorso 8 maggio, dalla “stanza accanto” dove si è nascosto alla vista di quanti stanno “di qua”, abbia provato un sussulto di gioia quando per la prima volta nella storia “uno dei suoi figli”, come lui stesso si è presentato Urbi et Orbi, è salito al soglio pontificio col nome di Leone XIV.
Un filo sottile, ma solido, unisce questi due uomini così distanti nel tempo passando per Pavia, dove padre Robert Francis Prevost, prima di essere eletto pontefice, tante volte si è recato a pregare sulla tomba del suo Padre spirituale.
Nella città che fu la capitale del Regno Longobardo infatti, dentro la splendida Arca marmorea trecentesca custodita in San Pietro in Ciel d’Oro, da secoli riposano le spoglie mortali del “Doctor Gratiae”, uno dei massimi filosofi e pensatori cristiani, dottore della Chiesa Cattolica, pilastro di cultura e spiritualità.
Nordafricano d’origine perché nato a Tagaste (nell’odierna Algeria) il 13 novembre del 354, dopo i burrascosi anni della gioventù in cui divenne un convinto assertore del Manicheismo e della sua concezione rigidamente dualistica del Cosmo visto come eterna e insanabile contrapposizione fra il Male e il Bene, le tenebre e la luce, si convertì al Cristianesimo tra il 388 e il 389 durante un soggiorno a Milano frequentando un altro “peso massimo”: il vescovo Ambrogio, futuro santo anche lui, che lo battezzò.
Nel “De vera Religione” (titolo di un suo famoso saggio) trovò infatti la risposta all’incessante ricerca dell’Assoluto e della Verità, riuscendo a conciliare l’apparente dicotomia fra Fede e Ragione nella formula “credo ut intelligam et intelligo ut credam” (“credo per comprendere e comprendo per credere”), concetto poi ripreso e sviluppato da Sant’Anselmo d’Aosta come “intelligenza della fede”.
Secondo Agostino infatti, se la ragione da sola non può spiegare perché siamo venuti al mondo e dare un senso alla nostra esistenza, nel contempo la fede, senza la ragione che spronandoci a cercare la Verità ci inculca inconsciamente la certezza della sua esistenza, non potrebbe attecchire. In altre parole, credere e comprendere sono le due facce della stessa medaglia.
Ricevuta l’ordinazione sacerdotale e nominato Vescovo d’Ippona (odierna Annaba, in Algeria), l’autore di testi quali “La Città di Dio” e “Le Confessioni”, fondò in terra d’Africa un monastero dove raccolse i primi seguaci per i quali scrisse la “Regula ad servos Dei”, basata sui capisaldi costituiti dall’amore, inteso come motore dei rapporti col prossimo (nessuno escluso), e la bellezza della vita comunitaria all’insegna della condivisione dei valori evangelici.
Da quei primi “Servi Dei” raccolti attorno al loro Maestro, nel 1243 con bolla di Papa Innocenzo IV fu autorizzata la costituzione dell’“Ordo Fratrum Sancti Augustini”, altresì detto “Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino”, oggi presente in tutto il mondo nei quattro gradi di cui si compone: frati, monache contemplative, terz’ordine regolare e secolare e infine i “cinturati”.
Se tanti sono i figli (e le figlie) che seguono la Regola del comune Padre spirituale, l’americano-peruviano Robert Francis Prevost come Papa Leone XIV è stato il primo a salire sulla cattedra di Pietro.
Tanti auguri, Santità.
Accompagnano questo scritto un’immagine di papa Leone XIV; Sant’Agostino ritratto da Simone Martini (1320 circa); l’Arca di Sant’Agostino in San Pietro in Ciel d’Oro, a Pavia, opera di Giovanni di Balduccio, 1362-1365.

















