ANGOLO OPINIONILAVOROPOLITICA

UNA FESTA DI DOVERE E DI SPERANZA

A proposito della Festa del 1 Maggio. Una riflessione di Carmine Magnotti.

Il primo maggio è una festa mesta, ma sempre festa, ed è bene che sia così. Un festa con i panni del lavoro e con quelli del non lavoro. Una festa segnata dalle lacrime, a volte vere depressioni dei disoccupati e di chi è stato licenziato senza preavviso perché la fabbrica, per aumentare il profitto, ha delocalizzato. Non dobbiamo dimenticare neanche le lacrime di chi non può lavorare il giorno prima e il giorno dopo la festa, se vogliamo che quella di oggi sia davvero la Festa della Repubblica, festa di tutti gli Italiani.

La fusione, oggi, della festa del primo maggio con quella del 2 giugno sarebbe, forse, l’unica riduzione accettabile dei giorni di festività, perché quando il lavoro non c’è è il muro maestro della repubblica a cedere, perché è il primo muro di ogni casa.

Il tasso indecente di disoccupazione è la prima tassa sulla nostra casa comune, un tassa disumana che dovremmo al più presto abrogare. Quella del lavoro è la più grande carestia della nostra società, che convive, come tutte le carestie, con l’opulenza di tanti altri i quali sono, a volte, avvantaggiati dalle crisi della povera gente.

Il lavoro è il più grande comun denominatore della democrazia. Ci accomuna, ci fa uguali al di qua e al di là delle diversità di stipendio, di funzioni di ruoli e ceti sociali. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Abbiamo messo, cioè, il lavoro come pietra angolare della legge fondamentale degli italiani: la Costituzione, la più bella equazione della nostra storia repubblicana che pone l’uguaglianza tra democrazia e lavoro.

La Repubblica è democratica perché è fondata sul lavoro e non sui privilegi o rendite. Quest’articolo ci deve far capire che la lotta alla disoccupazione deve avere lo stesso posto che occupa il lavoro nella costituzione: il primo. Non si può barattare il lavoro con le rendite e il profitto perché, quando il lavoro è negato, è in profonda crisi prima di tutto la democrazia.

In questo tempo di capitalismo finanziario le distanze sociali ed economiche sono tornate a crescere e i padroni assomigliano troppo ai signori feudali. Il capitalismo sta creando forme di schiavitù e di servizio nei livelli più bassi e alti del mondo del lavoro. Si parla abbastanza delle forme di schiavitù nei livelli più bassi del mondo del lavoro, come la piaga del lavoro nero e del precariato, si parla poco, però, delle nuove forme di schiavitù di dirigenti ed impiegati di medio e alto livello, che  vengono pagati  bene  nelle imprese multinazionali, ma che di fatto devono rinunciare a fette di libertà di festa in famiglia  e di tempo libero.

Ogni uomo sceglie il lavoro per il quale si sente portato e dal quale si sentirà gratificato, non solo materialmente. Per arginare la disoccupazione ed il lavoro nero, particolarmente giovanile, è stato introdotto il reddito di cittadinanza che sarebbe dovuto servire ad accompagnare il disoccupato al posto di lavoro. Per mancanza di lavoro, particolarmente nel Meridione, e la sua farragginosa applicazione il reddito è diventato un sussidio di cui hanno usufruito anche falsi disoccupati e i lavoratori in nero.

I giovani, intanto, continuano ad emigrare all’estero, dove, accolti con somma gioia dalle imprese straniere, trovano da spendere le loro competenze realizzandosi pienamente. Così l’Italia, rinunciando ai suoi talenti, si avvia al declino non solo demografico.

L’ITALIA NON È UN PAESE PER GIOVANI, ANCHE SE SI PROCLAMA DA OGNI PARTE DI VOLER ATTUARE POLITICHE GIOVANILI.

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