1,6 milioni di giovani in meno nel meridione, una moderna e silenziosa diaspora
Lo Svimez certifica la dispersione giovanile negli ultimi 25 anni, un fenomeno destinato ad incidere pesantemente sul futuro dei nostri territori

di Antonio Napolitano
Un celebre proverbio africano recita che “quando muore un anziano è come se bruciasse una libreria”, se invece, come accade ormai da troppi anni, un giovane va via e lascia la propria terra, quella libreria resterà incompiuta, e le conseguenze saranno ancora più gravi. Il fenomeno dell’emigrazione dal Sud Italia è ormai elemento caratterizzante della nostra terra.
Quasi una peculiarità insita nello stesso nucleo vitale del territorio e di chi lo anima. La storia moderna, infatti, ci narra di decine di flussi migratori legati a momenti storici, quasi sempre negativi, come guerre, periodi post bellici, crisi economiche, ma anche boom economici in altri lidi che hanno richiamato la forza lavoro del meridione verso territori più ricchi o semplicemente più produttivi in un determinato momento storico (il Sud America è esempio calzante). Un fenomeno spinto, troppo spesso, dalla necessità di trovare sbocchi lavorativi più solidi e duraturi, e, solo poche volte, dalla reale volontà di esprimere il proprio potenziale in aree del mondo diverse. Un trend, questo, che ha, drammaticamente, ripreso vigore negli ultimi anni, lustri di crisi e di stagnazione economica.
Stando ai dati raccolti dallo Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), negli ultimi 25 anni, almeno, 1 milione e 600 mila giovani hanno deciso di trasferirsi altrove, in cerca di maggiore fortuna, o semplicemente “costretti” dall’assenza di reali opportunità lavorative e di sviluppo sul territorio. Perdere 1,6 milioni di giovani significa perdere ricchezza, in prospettiva, ma anche nell’immediato. Significa perdere forza lavoro, cervelli, ma anche investimenti e capitali. Il Pil del Sud Italia ha registrato in questi anni una contrazione costante e consolidata, come conseguenza di questo impoverimento di materiale umano, a cui si deve aggiungere una serie di complicazioni strutturali (burocrazia, mancanza di infrastrutture, criminalità e microcriminalità…) che rendono, oggettivamente, complesso investire in attività produttive che non abbiano il mero carattere della tipicità locale.
Un calo del Pil che ha finito per accentuare, a tinte forti, la distanza con il resto d’Italia che, seppur con cifre vicino allo zero, ha ripreso a crescere. L’enorme differenza di produttività e di benessere tra il Sud ed il resto d’Italia è sintetizzabile nel reddito medio pro capite delle Regioni del Nord pari a quasi 2 volte a quelle del Sud. Una situazione, questa, che sta contribuendo, qualora ce ne fosse ancora bisogno, a solidificare non solo una propensione all’emigrazione, ma un ancoraggio a concetti di mediocrità acquisita (delle nostre terre) che spinge tantissimi genitori ad investire nel futuro dei figli lontano dal territorio natio, spostando risorse destinate alla crescita dei servizi locali verso Regioni più ricche, pagando scuole private, fittando o comprando immobili, provvedendo, di fatto, al loro sostentamento. Un’equazione sbilanciata in cui il reddito generato nel Sud viene investito in un altro territorio, già più ricco, generando una voragine di risorse, un circolo vizioso, in cui a pagarne le conseguenze sono e saranno i cittadini del meridione che avranno servizi sempre meno qualificati ed investimenti nello sviluppo con cifre inadeguate. Poi ci sono quelli che, invece, hanno studiato qui, che magari tentano da anni di trovare un lavoro soddisfacente, soprattutto dal punto di vista economico, con risultati scarsi o inesistenti ed allora decidono di emigrare, ancora una volta, per ritrovare dignità, fiducia nella costruzione del proprio futuro. Ma non è tutto così “semplice”.
La decostruzione sociale avvenuta in questi anni ha creato una generazione che sente il proprio territorio inferiore al resto d’Italia. Alle ben note difficoltà nel trovare lavoro o nel costruire un percorso professionale nelle aree natie si è aggiunta una mentalità disfattista che ha modellato generazioni di giovani che come obiettivo lavorativo massimo hanno la ricerca di un posto di lavoro pubblico perché “garantito”. Un obiettivo assolutamente legittimo e comprensibile, dal punto di vista personale, che però ha determinato il venir meno della spinta interna al cambiamento ed ha condannato (insieme a tutti i fattori di cui abbiamo parlato in precedenza) questo territorio ad essere ultimo vagone del treno nazionale, con prospettive future sempre più pessimistiche. Le recenti politiche di sostegno del reddito, insieme ai proclami di nuovi posti di lavoro legati alla rotazione nei settori pubblici o ai concorsi sempre nel pubblico impiego, sono azioni assolutamente necessarie, ma, in assenza di contemporanee politiche di sviluppo mirate, finiscono e finiranno di contribuire alla cementificazione di quel modello di pensiero che porta alla conclusione che, visto che c’è un’alternativa garantita, provare altre strade non vale la pena. Il punto è proprio questo. In ottica futura il nostro territorio si gioca una partita importante. Da ormai 25 anni possiamo giovare di Fondi Strutturali europei che nascono con l’obiettivo di uniformare il pil delle regione del Mezzogiorno alla media Europea.
I risultati, ahimè, sono sotto gli occhi di tutti. Se da un lato bisogna sfatare un mito, cioè quello che i soldi non sono stati spesi, da un altro lato è lapalissiano che il modo in cui sono stati spesi ha determinato un valore aggiunto sullo sviluppo quasi nullo, non riuscendo ad attivare neppure gli investimenti dei privati, tanto auspicati. L’arrivo del PNRR è annunciato come salvifico per l’Italia ed il Sud Italia. Al netto che lo stesso piano non valorizza sufficientemente il Sud, con alcuni fondi, soprattutto quelli sui porti, che stanno direzionandosi verso latitudini più alte, seppure tutti i fondi sarebbero stanziati per il meridione, le dinamiche operative attuate fino ad oggi non sarebbero in grado di determinare un risultato sufficiente per la ripresa perché mancherebbe, ribadisco, la capacità politica e la capacità imprenditoriale di dirottare questi fondi su provvedimenti realmente utili allo scopo della crescita.
Detto questo, la mia analisi sembrerebbe condannare il nostro territorio ad una crescita zero o una (in)felice decrescita, ed è quanto ritengo più probabile in assenza di una rivoluzione di pensiero e di intenti che non può essere imposta dal governo centrale, ma deve, bensì, nascere nella voglia e nella determinazione di ognuno di vivere e lavorare per realizzarsi all’interno di un territorio che ha bisogno di tutti noi che lo viviamo per ritrovare la dignità che gli appartiene e che deve essere riconosciuta. Di questo deve occuparsi la politica, questo è il risultato che gli investimenti sul territorio devono portare. Ogni giovane che lascia questo territorio, e lo fa perché non trova un’alternativa, certifica una sconfitta per tutti, con conseguenze che sono e saranno sempre più visibili. Dopo 25 anni non è più consentito parlare di emigrazione, si tratta di emorragia ed è vitale fermarla.

















