CRONACHE E DINTORNICULTURAPAGINE DI STORIA

“JANNARO”: RICORRENZE STORICHE E BRANDELLI DI TRADIZIONE

Note stralciate qua e là a cura di Nicola Montanile.

Per questo mese ci sono importanti date storiche da ricordare: il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione dell’Italia Repubblicana; il 7 gennaio del 1797, a Reggio Emilia, viene adottato, per la nostra bandiera italiana, il tricolore Bianco-Rosso-Verde, derivato dal vessillo francese; il 22 gennaio 1799, il generale francese Championnet proclamò a Napoli la Repubblica Partenopea; il 21 gennaio 1901 muore a Milano il grande compositore Giuseppe Verdi.

Nel Baianese-Alto Clanio Gennaio è il mese che investe ben tre paesi nella celebrazione della Festa del Maio, dopo la prima del 30 Novembre a Sirignano e la seconda del 26 Dicembre a Baiano, per i santi Patroni: Sant’Andrea Santo Stefano.

A Gennaio, infatti, il 10, il maio è celebrato a Mugnano del Cardinale per Santa Filomena, che, però non è la patrona, ma lo è la Madonna delle Grazie, e il 17 a Quadrelle con Sant’Antuono (Sant’Antonio Abate) per il quale vale lo stesso discorso di Mugnano, in quanto il patrono è San Giovanni. Ritornano le celebrazioni per il santo Patrono ad Avella, il 20, con San Sebastiano Martire.

Per dovere di cronaca, si fa presente che la kemesse chiude i battenti a Sperone il 20 febbraio, in onore del protettore Sant’Elia.

Stralciando da “L’immaginario collettivo degli Irpini” uno dei tanti istruttivi lavori di Storia Patria del docente Aniello Russo, il cui merito è quello di scrivere avvalendosi e citandoli di informatori di vari paesi, mettiamo in evidenza alcune indicazioni, riguardante il mese in questione.

Capurannu e capu r’ mesu, ramme la strenna ca m’è prumessu!“ e anche “Solu a Capurànnu, solu p’ trentunu jurnàte”,…….Capodanno era un giorno indicato per i pronostici. Era uno dei dodici giorni delle calende popolari, da cui si poteva pronosticare il tempo che si sarebbe avuto nel mese di luglio dell’anno. E ancora, era comune credenza che qualunque cosa si facesse in questa giornata, si sarebbe ripetuta in tutti i giorni restanti dell’anno”, per cui il detto “A Capurà viri c’à fa, si n’annata bbona vuo’ passà!”   

Infine, per quanto concerne Sant’Antonio Abate, per il quale si spiega perché si dice:” ‘O fuoco e sant’Antonio”, celebrato dai quadrellesi con il Maio, scrive cheLa sera della vigilia di Sant’Antonio Abate, patrono degli animali domestici, in diversi comuni, (Nusco, Senerchia, Calitri ecc..) si acccendono i falò nelle strade. A raccogliere la legna ci pensavano i ragazzi che, percorrendo festosamente le strade del paese e i casali rurali, bussano di uscio in uscio e recitavano filastrocche come questa rilevata a Nusco (fonte: Carbonara):

Dacci la legna per Sant’Antonio,

sennò ti manda lampi e tuoni.

Se la legna me la vuoi dare,

Sant’Antonio ti possa aiutare

se invece non me la vuoi dare,

che tu possa ustionarti”.

E accadeva che “I vicini accorrevano attorno al fuoco e si apprestavano alla veglia in onore del Santo. Si pregava si raccontavano conti e si consumavano le patate cotte sotto la cenere, castagne arrostite, salsicce ecc.

Una leggenda racconta che fu il Santo a donare il fuoco ai cristiani che sulla terra, d’inverno morivano dal freddo: sceso nell’inferno, trafugò un carbone acceso nascondendolo nel suo bastone di canna…”

Grazie sempre al prof. Aniello apprendiamo anche che “All’alba, quando il fuoco del falò andava spegnendosi, i ragazzi recavano un tizzone acceso in ogni casa, e tutti lo accettavano come fuoco benedetto, perché tenevano lontano i fulmini”. Il Santo, cioè, nel corso dei secoli, ha finito con l’ereditare le funzioni di varie divinità pagane preposte alla fecondità della terra.

E ancora “A Sant’Antonio, che ha la barba bianca, se non piove, la neve non manca”; ed inoltre “Chi oggi mangia le castagne, tiene lontano gli insetti e i moscerini per tutto l’anno”. Infatti era credenza che i moscerini avvicinavano una persona prossima a morire.

Infine “presso molte comunità in questa giornata cominciava il rito di Carnevale: Sant’Antuono, maschere e suoni”. 

Ritornando nel vivere quotidiano del Baianese-Alto Clanio, nella rappresentazione dei “Dodici Mesi “, volgarmente, “‘E rùrici mìse“, il cui testo è stato pubblicato integralmente nel 1979, a cura dell’Associazione Turistica Pro Loco ”Abella” e del Gruppo Archeologico Avellano “Amedeo Maiuri”, dal prof. Pietro Luciano in “Avella appunti e note”, l’interprete del mese di Jannàro esordiva dicendo:

Sò Jannaro ‘o primmo mèse

e rà me cummincìa ‘ll’ànno…”,

mentre la recita finisce con il “Maestro” o “Capodanza“, per tantissimi anni, Pellegrino Vetrano, figlio di “Zio Arturo ‘o chiappariello”, che dà i comandi anche nel “Laccio d’ammore“ (il Laccio d’amore), il quale, ritornando al mese befanesco, dice:

I’ sò  càpo e ‘ll’ànno

e sò càpo re tùtti,

i’ ‘ncàpete e ‘n’ànno

chèsta jurnàta aspètto,

a càsa mìa lavòrano tùtti,

chi è n’òmme fà ’na ‘nfèrta.

A te Pulicenèlla

che stàje ‘mmièze ‘e uàje

sò sèi mìse della mìa staggiòne;

si còcco mìse nun se pòrta ‘bbuòno,

tècchet’ ‘o ‘bbastòne.

Indubbiamente, quest’ultima parte, è rivolta al pubblico presente, a cui, sotto forma di scherzo e di ironia, si chiede un contributo per l’esibizione e poter continuare a portare avanti la tradizione, considerando che il tutto è frutto di impegno spontaneo e di volontariato, che termina sempre con la classica mangiata tra tutti i partecipanti alla festa del Carnevale.

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