CRONACHE E DINTORNINAZIONALI & ESTEROPAGINE DI STORIAPOLITICASociale

Nella ricorrenza della Shoah: Quei treni che non partirono

Onore alla città di Napoli e ai suoi Carabinieri. Dal post di Gerardo Troncone del 27.01.2025.

La Shoah, l’annientamento di sei milioni di ebrei d’Europa portato a termine dai nazisti, fu organizzato mediante un complesso apparato amministrativo, economico e militare, col coinvolgimento di tutte le strutture del regime.

Il genocidio, che ebbe inizio nel 1933 con la segregazione degli ebrei tedeschi, si estese a tutta l’Europa occupata durante la guerra e culminò, dal 1941 in poi, con lo sterminio sistematico. Ogni giorno da tutte le città d’Europa arrivavano sulle banchine ferroviarie dei campi di sterminio i carri bestiame nei quali erano stati ammassati uomini, donne e bambini.

All’arrivo i deportati venivano accolti dalle squadre di SS che, in un’atmosfera di violenza e disperazione, procedevano alla selezione degli internati: tre su quattro venivano inviati direttamente nelle camere a gas. Gli altri venivano trasferiti nei campi di lavoro, per esservi sfruttati come schiavi fino alla morte, o nei laboratori, dove facevano da cavie umane a esperimenti medici.

Non dissimile dal resto d’Europa fu la sorte degli ebrei presenti in Italia: all’indomani dell’armistizio Himmler, il boia del genocidio, ordina la deportazioni degli ebrei italiani verso i campi di sterminio; il 16 ottobre del ‘43 il colonnello Kappler esegue il rastrellamento del ghetto di Roma, arrestando oltre mille persone; a novembre il governo fascista aderisce alla campagna antiebraica, ordinando l’internamento in campi di concentramento di tutti gli ebrei; nel corso della primavera del 1944 le SS prendono possesso dei campi e trasportano migliaia di ebrei italiani ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio.

Dell’immane tragedia, che a torto o a ragione vogliamo credere mai possa ripetersi, è stata faticosamente ricomposta la storia, con i nomi delle vittime, dei carnefici, dei luoghi. Dal passato sono riaffiorate immagini e parole che a nessuno sarà consentito ignorare o dimenticare, e dovunque, pezzo dopo pezzo, è stata ricostruita la storia degli efferati eccidi di massa.

Eppure c’è una parte di questo affresco doloroso che resta ancora nell’ombra, e che si tende addirittura a rimuovere. Un professore ebreo, caricato a Roma su un carro bestiame diretto ad Auschwitz, era partito con una piccola gioia nel cuore. Pensava di aver salvato dallo scempio la moglie, avendola fatta riparare segretamente in un convento di suore cattoliche. Non sapeva, né avrebbe mai saputo, che la moglie era su quello stesso suo treno, su un diverso carro, diretta allo stesso destino di morte. Un delatore italiano, per 5000 lire, l’aveva venduta ai rastrellatori fascisti, e da questi era stata consegnata agli aguzzini tedeschi.

L’arrivo alle stazioni di Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Treblinka di migliaia e migliaia di convogli col loro carico di esseri umani destinati a finire in cenere e fumo era in effetti solo l’ultimo passaggio di una lunga filiera di disumanità. Nei luoghi d’origine di quei viaggi, là dove le famiglie ebree erano perfettamente inserite nella società e nella vita civile, dove convivevano in pace e armonia con tutti, davvero nessuno conosceva la sorte di chi veniva strappato via e trascinato a forza verso un destino sconosciuto? Davvero nessuno aveva additato ai rastrellatori nazi-fascisti l’ebreo di turno? È una questione aperta quella dell’indifferenza e quella della complicità, spinte fino alla delazione e alla collaborazione.

Anche per quanto riguarda l’Italia, da ogni grande città partirono treni col loro carico di umanità dolente, e non c’è da dubitare che gran parte di quel carico fosse frutto di indifferenza, viltà, delazione, prima ancora che della “follia nazista”. Molti, troppi, furono, a vari livelli, complici dell’orrore.

Qui però vogliamo ricordare chi non vendette la propria anima. Siamo a Napoli nel settembre del 43, nei giorni che seguono l’armistizio. Dopo che Himmler, il boia del genocidio, ha ordinato la deportazioni degli ebrei italiani verso i campi di sterminio, è proprio Napoli a essere prescelta come base d’avvio verso la “soluzione finale”.

Il colonnello Sholl, comandante della piazza, inoltra però un dispaccio a Berlino in cui comunica che “l’operazione non può partire”, perché a Napoli il clima è ostile e “i carabinieri di stanza non sono affidabili”. Di quanto siano “inaffidabili” i carabinieri, se ne accorgeranno di lì a breve gli stessi tedeschi.

Negli stessi giorni in cui in ogni parte d’Italia, a partire dalle grandi città, uomini donne e bambini marcati con la stella di David gialla vengono caricati in massa sui carri bestiame, a Napoli il popolo insorge contro gli invasori, e i carabinieri di Napoli, dal comandante della legione all’ultimo milite, si schierano in massa, senza esitazione, con i rivoltosi: partecipano agli scontri a fuoco a via santa Brigida, a Piazza Plebiscito, alla Galleria, a Piazza della Borsa, in via Marchese Campodisola, a Palazzo Reale, al Vasto, in via santa Teresa degli Scalzi, a piazza Nazionale, all’Arenaccia.

Respingono gli attacchi dei parà tedeschi alla caserma Pastrengo e alla caserma San Potito, mettono in fuga i guastatori tedeschi all’assalto dell’acquedotto di Capodimonte, difendono il ponte della Sanità, il ponte fra i Camaldoli e il Vomero, la stazione dell’Avvocata. Un drappello di carabinieri tiene testa a lungo alle truppe e ai carri armati mossisi all’assalto della caserma di Napoli-Porto, prima di essere catturati in quattordici e trascinati a Teverola, per esser mitragliati sul ciglio di un vallone. Alle fine, dopo quattro giorni di scontri armati, i tedeschi son costretti a fuggire da Napoli, ben prima dell’arrivo degli alleati.

Molti degli eroici carabinieri saranno insigniti di onorificenze di ogni grado, e certamente i napoletani mai dimenticheranno quegli eroi in uniforme che hanno preso posto al loro fianco a combattere e morire sulle barricate, ma l’apprezzamento che resterà a maggior gloria dei carabinieri “napoletani” resterà proprio quell’epiteto strappato ai nemici tedeschi: “inaffidabili”.

Di quelle quattro giornate forse resta non poco da scrivere. Quel che è certo, è che da Napoli non partì nessun treno. E che a nessun ebreo di Napoli fu tolto un capello.

PS – Le immagini sono quasi tutti tratte dal grande film di Nanny Loi sulle Quattro Giornate.

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