
Omaggio a Madre Anna Vitiello, a venticinque anni dalla scomparsa
“Nel silenzio, la forza. Nel quotidiano, la santità” (d.m.). Dal Post di Ariosto Prudenziano del 23.07.2025
Ci sono persone che non amano comparire, ma che lasciano tracce profonde. Madre Anna Vitiello apparteneva a questo piccolo e raro novero.
Donna di discreta ordinarietà – un ossimoro che nel suo caso dice il vero – ha vissuto per quasi cinquant’anni a Visciano, dove ha speso ogni energia, spirituale e fisica, per la Piccola Opera della Redenzione.
Eppure quanti davvero la conoscevano? Quanti hanno avuto il privilegio di incrociare, anche solo per un attimo, la fermezza gentile del suo sguardo?
Nel tempo in cui tutto si esibisce, lei ha vissuto nella penombra fertile della dedizione. “Si può amare senza proclamarlo, servire senza apparire”, mi spiegava con la sobria incisività dei suoi novant’anni, quando ancora operava, pensava, organizzava.
La sua non era semplice riservatezza: era una forma di spiritualità. Un’ascetica del fare, mai ostentata.
Nata a Torre del Greco, giovane studentessa dell’Istituto “G.B. Della Porta” di Napoli, aveva accarezzato il sogno di una laurea in Matematica.
Ma Dio aveva altri piani. Nel marzo del 1945, l’incontro con il giovane don Arturo D’Onofrio, giunto a Torre con i suoi primi orfanelli per i bagni di mare, segnò l’inizio di un cammino nuovo. Accettò, quasi per caso, di ospitare quei bambini, ignara che quello sarebbe stato il primo passo verso una vocazione totalizzante.
A novembre fu a Visciano. E da febbraio 1946 non se ne andò più. Fu testimone e colonna portante dei primi, faticosi anni dell’Opera. Ricordava – con la memoria fine di chi ha vissuto tutto – il trasloco notturno all’Istituto San Paolino di Nola, gli orfanelli che caricavano mobili, la marmellata d’arancio condivisa a fine giornata, a digiuno, su materassi stesi a terra. Tempi duri, eppure pieni di gioia.
Fu – con Padre Arturo- fondatrice della Congregazione delle Piccole Apostole della Redenzione. Il 2 ottobre 1949, nella cappella del Vescovado di Nola, ricevette l’abito religioso accanto a suor Ermelinda. Ma già da tempo era Madre. Non solo per il titolo, ma per lo spirito: madre degli orfani, delle giovani suore, delle famiglie in difficoltà, dei poveri incontrati in Italia, in Colombia, in India.
Madre Anna non parlava volentieri di sé. Ma bastava una domanda ben posta, e la memoria cominciava a fluire: Orazio, Ariosto, Mariolino; la recitina a Nola con il dentice vivo portato da Torre Annunziata per spiegare il Vangelo; la marmellata della signora Ida Gallo Matrone consumata di notte; le sfilate per le strade della Campania del dopoguerra.
Ogni dettaglio diventava racconto, ogni ricordo un atto di gratitudine. Credeva profondamente nel valore delle piccole penitenze quotidiane. Non cercava sacrifici eroici, ma accoglieva le “croci” che la vita – e Dio – le affidavano ogni giorno. Per lei, l’apostolato sociale cominciava tra le mura di un Istituto, nell’amore verso i più piccoli, nella cura silenziosa degli ultimi. “Lavorare e dare il buon esempio – diceva – è apostolato incisivo e concreto per la società.”
Fu educatrice, fondatrice, missionaria. Ma soprattutto fu presenza. Una presenza ferma e materna, capace di pensare il futuro senza mai rinnegare la semplicità del passato. Quando l’Opera cominciò a dedicarsi agli anziani, Madre Anna fu in prima linea, con lucidità e passione. Non smise mai di progettare, neppure a novant’anni.
E oggi, a venticinque anni dalla sua scomparsa, il modo migliore per ricordarla è proprio questo: riconoscere il suo operato non nei gesti clamorosi, ma nella continuità di un amore fedele, concreto, quotidiano.
Un amore che ha fatto germogliare vocazioni, sostenuto vite, cambiato destini. Madre Anna non ha lasciato monumenti. Ma ha lasciato case abitate, bambini cresciuti, suore formate, missioni vive. Ha lasciato una testimonianza radicale, vissuta nella semplicità. E, come accade ai semi buoni, il suo silenzio continua a dare frutto.
(Domenico Montanaro)
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