Sciolto il Parlamento, ma la pensione degli onorevoli è salva per un solo giorno
Considerazioni strettamente personali, ma ad alta voce.

Pietro Luciano – La chiamata degli italiani alle urne non pregiudica gli attuali deputati e senatori ad ottenere il diritto alla pensione pro quota di questa legislatura.
Lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, infatti, con la chiamata degli italiani alle urne, a seguito delle dimissioni del Presidente del Consiglio sfiduciato, non pregiudica gli attuali deputati e senatori ad ottenere il diritto alla pensione pro quota di questa legislatura.
Le norme che regolano i cosiddetti vitalizi, infatti, in realtà una forma pensionistica che scatta al 65esimo anno di età, prevede che si maturi il diritto della quota per tutti e 5 gli anni della legislatura quando questa è arrivata a 4 anni, sei mesi e un giorno.
La data fatidica, che consentirebbe l’applicazione di questa norma è il 24 settembre, mentre le Camere sono state sciolte giovedì 21 luglio. Ma la Costituzione, eufemisticamente per così dire, viene in soccorso dei parlamentari che, al secondo comma dell’articolo 61, afferma che «finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti»: tanto è vero che queste esaminano eventuali decreti urgenti emanati nel frattempo o altri atti necessari del governo, come decreti legislativi di attuazione delle deleghe.
E le elezioni sono state fissate, guarda caso, , il giorno dopo la fatidica data che permette a deputati e senatori di garantirsi il vitalizio.
Insomma, dopo il danno la beffa. Questi nostri parlamentari sono stati così “bravi” da ordire ben tre Governi e di sfasciarne altrettanti, ma tenendo d’occhio l’orologio pensionistico, facendo fermare le lancette sul giorno e l’ora giusta.
E pensare che noi Italiani li avevamo eletti per il “bene del Paese, non certamente per… quello personale”.

















