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Sperone: Stefano e Serena Andreotti hanno presentato “Cara Liviuccia”

Il libro raccoglie le lettere di Giulio Andreotti scritte alla moglie subito dopo la seconda guerra mondiale.

E’ stato presentato nel pomeriggio del 13 febbraio, a Sperone, presso la Sala Consiliare del Comune, il lavoro editoriale dei fratelli Stefano e Serena, figlio di Giulio Andreotti, “Cara Liviuccia”, edito da Solferino nella Collana Ricordi, che raccoglie le missive che il loro papà inviava alla mamma negli anni subito dopo la guerra fino alla fine degli anni sessanta.

All’epoca, si era subito dopo la seconda guerra mondiale, l’unico modo per tenersi in contatto era quello di scriversi. E Giulio Andreotti, il grande politico e statista democristiano, non faceva passare un giorno senza scrivere alla sua dolce metà e mamma di 4 figli. Questo capitava spesso, perché il lavoro, causa il ruolo che negli anni ha assunto Andreotti, lo portava lontano dai suoi affetti.

Insieme agli autori erano presenti la dott.ssa Autilia Napolitano, giornalista e direttrice della Mondadori Point di Nola, e il consigliere comunale di Sperone Pasquale Muccio, che hanno promosso l’evento.

A fare gli onori di casa il sindaco di Sperone Adolfo Alaia, che, nell’occasione, ha ospitato anche il vicepresidente provinciale, nonché sindaco di Montoro, Girolamo Giaquinto, il presidente dell’associazione Primavera Meridionale Sabino Morano e il prof. Universitario Sergio Barile.

A moderare i lavori il giornalista Enzo Pecorelli.

Il TESTO – «Cara Liviuccia, non preoccuparti per me. Ho raramente il mal di testa piccolo, mentre quello grande l’ho avuto solo sabato mattina, legato alla cena della notte precedente. Del resto, esiste la grazia di stato di cui sono testimone ormai da tanti anni…». Il mittente di questa lettera del 1960 è Giulio Andreotti e il destinatario è sua moglie Livia. E la sorpresa postuma che filtra dalla maschera di imperturbabilità del personaggio: il potente politico democristiano scriveva regolarmente, su fatti pubblici e privati, alla moglie, cui lo legava un profondo rapporto di fiducia, in grado di infrangere la sua innata riservatezza.

Queste lettere, raccolte per la prima volta a cura dei figli, coprono l’arco di due decenni e portano alla luce una famiglia sempre gelosamente protetta dal leader democristiano, che concludeva le missive con la postilla «baci ai bambini».

Raccontano dei viaggi, dei pranzi e degli incontri con ambasciatori o cardinali, delle riunioni in Parlamento o degli impegni di partito e di quando, in assenza della famiglia, andava a dormire dalle suore sopra le catacombe di Priscilla, sulla Salaria. Le confessioni di De Gasperi, l’ictus di Segni o i retroscena dell’elezione di Montini al Conclave del 1963 si mescolano agli aneddoti sul barbiere di Gronchi a piazza Barberini, alle complicità della vita coniugale o all’orgoglio per i risultati scolastici dei figli. Un intimo e rivelatore spaccato di storia italiana.

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