
EPIFANIA E FOLKLORE: LE RADICI DELLA BEFANA NELLE TRADIZIONI POPOLARI
Di Tania Perfetti del 5.01.2026 da AMICI DELL'ARCHEOLOGIA.
La Befana non nasce come personaggio “folkloristico” recente né, tantomeno, come invenzione moderna: è il risultato di una lunga sedimentazione medievale, dove ritualità agraria, cristianesimo e cultura popolare si intrecciano in modo complesso.

Nel Medioevo non esiste ancora “la Befana” come figura unitaria e stabilizzata, ma esiste ciò che la rende possibile: la notte dell’Epifania come tempo liminale, sospeso, in cui il mondo visibile e quello invisibile sembrano comunicare. Il nome stesso, deformazione popolare di Epiphania, indica una trasformazione linguistica tipica della cultura orale medievale. Già tra XIII e XIV secolo, nei volgari dell’Italia centrale, compaiono forme come befania o beffania, legate a feste, mercati e pratiche notturne.
Paradossalmente, sono le condanne ecclesiastiche a offrirci le tracce più chiare della sua esistenza. Sermoni, penitenziali e decreti pastorali tra XII e XIV secolo denunciano credenze diffuse secondo cui alcune donne avrebbero seguito spiriti femminili notturni, lasciato cibo nelle case, creduto nel volo e nella visita di entità benefiche o ambigue. In questi testi compaiono figure come Diana, Herodias, le dominae nocturnae o le bonae res: non sono la Befana in senso stretto, ma ne condividono i tratti fondamentali. Sono presenze femminili legate alla notte, al passaggio dell’anno, alla prosperità domestica.
Nel contesto agricolo medievale, questa figura assume anche un forte valore simbolico: la vecchia rappresenta l’anno che muore. È decrepita perché il tempo è consumato, vola perché appartiene a uno spazio altro, porta doni o carbone perché incarna insieme giudizio e fertilità. In molte tradizioni popolari l’anno vecchio viene bruciato, deriso o allontanato, ma non senza rispetto: dalla sua fine nasce il nuovo ciclo. La Befana, in questo senso, non è una strega malefica, ma una figura ambivalente, necessaria.
Il cristianesimo medievale non cancella queste credenze, ma le riassorbe. La notte dell’Epifania diventa il momento in cui Cristo si manifesta ai Magi, e la tradizione popolare costruisce la leggenda della vecchia che rifiuta di seguirli e poi, pentita, vaga nella notte portando doni ai bambini. Questa narrazione, attestata soprattutto in età moderna, poggia però su un immaginario già pienamente medievale.
La forza della Befana sta proprio qui: non è mai stata una figura “ufficiale”, ma una presenza tollerata, repressa, reinventata, capace di sopravvivere perché collocata ai margini. È una sopravvivenza del paganesimo? In parte sì. È una creazione cristiana? Anche. È soprattutto il prodotto di quella zona grigia in cui il Medioevo viveva il sacro: non per sistemi chiusi, ma per stratificazioni.
Quando in età contemporanea, fascismo incluso, la Befana viene usata, regolata o trasformata, non si fa altro che intervenire su una figura già antica, profondamente radicata nella memoria collettiva. La propaganda passa; il simbolo resta.
FONTI ESSENZIALI
- Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi.
- Jacques Le Goff, Il tempo della Chiesa e il tempo del mercante, Laterza.
- G. Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano.
- Statuti medievali di Roma e dell’Italia centrale (XIV–XV sec.).
- Jean-Claude Schmitt, I vivi e i morti nella società medievale, Laterza.

















