
La Candelora di Montevergine
Dal Post di Gerardo Troncone. Fotomosaico di Mario Spagnuolo.
Il 2 febbraio, in base alle credenze popolari, è da sempre uno di quei giorni utili a trarre auspici per il futuro, a predire l’esito dei raccolti, a prevedere le condizioni climatiche, a rivelare e scongiurare la presenza del malocchio, a purificarsi.
Proprio il 2 febbraio la Chiesa Cattolica celebra la festa della Candelora, giorno in cui si benedicono le candele: ricorre in questa data il giorno della presentazione al Tempio di Gerusalemme di Gesù “luce per illuminare le genti”, come il Bambino venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della funzione, prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.
La festa del 2 febbraio ha però radici che affondano ben oltre l’orizzonte della tradizione cristiana. Celebrazioni legate alla luce, in questo periodo dell’anno, esistevano in molte tradizioni religiose precristiane: ad esempio la festa di Imbolc, nella tradizione celtica, segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera, ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce.

In età romana a metà febbraio si celebrava il rito del Lucernare, nel corso del quale si accendevano “tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima”.
La stessa parola Candelora deriva dal latino festum candelarum e va messa in relazione all’antica usanza pagana di benedire le candele, prima di accenderle e portarle nella processione. I ceri venivano poi conservati nelle abitazioni dei fedeli per essere poi riutilizzati per ingraziarsi le divinità durante calamità meteorologiche, nell’assistenza di una persona gravemente malata, nel caso di epidemie, nell’attesa del ritorno di qualcuno assente, o in semplice segno di devozione.

I seguaci dei riti magici, nei giorni della Candelora, verificavano se una persona era colpita da malocchio seguendo queste modalità: immergevano tre capelli dell’interessato in una bacinella d’acqua seguiti da tre gocce di olio, precedentemente messo a contatto col dito dell’individuo, quindi se le gocce restavano intere e collocate nel centro della bacinella, il soggetto non era stato affetto da malocchio, in tutti gli altri casi sì.
Nello stesso periodo dell’anno si celebravano i Lupercali, festività collegate alla lupa di Romolo e Remo e alla nascita della città, nel corso dei quali si accendevano grandi fiaccolate rituali, con cui i Luperci con strisce di cuoio percorrevano tutta la città in un rito di purificazione (februatio). Ai Lupercali deve il nome lo stesso mese di febbraio, visto che i pontefici chiedevano al re e al flamine le lane, che erano dette februe, così come erano detti februe gli ingredienti purificatori (farro tostato e granelli di sale) che il littore prendeva nelle case prescelte.
Le feste pagane sopravvissero a lungo anche in età cristiana, fino a quando durante il suo episcopato, tra il 492 e il 496, Papa Gelasio I ne ottenne dal Senato l’abolizione, dopo di che ai Lupercali fu sostituita nella devozione popolare proprio la festa cristiana della Candelora.

La ricorrenza della Candelora fu poi anticipata da Giustiniano al 2 febbraio, data in cui si festeggia ancora oggi.
Il giorno della Candelora è ovunque un appuntamento molto particolare, in cui s’incontrano sacro e profano. Lo è in particolare per il santuario di Montevergine, luogo di forte e antica vocazione cristiana e nello stesso tempo di presunte radice pagane.
Nei tempi antichi forse a frequentare la montagna erano i Coribanti, gli antichi sacerdoti eunuchi di Cibele, la grande madre nera simbolo femminile della natura, il cui tempio si tramanda sorgesse proprio dove adesso c’è il santuario mariano (nel cui museo non mancano importanti reperti di età romana, a cominciare dal magnifico “sarcofago di Manfredi”).
I coribanti si eviravano ritualmente per offrire il loro sesso in dono alla dea e rinascere con una nuova identità, vestendosi poi con abiti femminili dai colori sgargianti, truccandosi pesantemente gli occhi ed esibendo sfrontatamente il loro erotismo e le loro provocazioni sessuali in processioni orgiastiche a base di canti, balli e suoni di tamburo.

Non è da escludere anche che un illustre personaggio partecipasse ai riti di Cibele sul Monte Partenio: Virgilio, il poeta di Roma. Grande naturalista prima ancora che sommo poeta della Romanità, viveva stabilmente a Napoli e si muoveva attraverso ogni luogo della Campania alla ricerca dei doni della natura; un luogo particolarmente rigoglioso e ricco di erbe “miracolose”, non lontano dal santuario, conserva ancora il nome di Orto di Virgilio e, nel leggere le Georgiche e le Bucoliche, ci ritroviamo perfettamente al centro di quello che oggi definiremmo un particolare eco-sistema, quello dell’Appennino Centro-meridionale, proprio quello cioè del Monte Partenio e delle valli sottostanti.
Virgilio, dai modi gentili, prediligeva la compagnia dei giovani a quella delle donne, al punto di meritarsi l’appellativo di Parthenias, verginella, che all’epoca certo non suonava come dispregiativo. Guarda caso, Partenio è uno dei nomi che secoli dopo la Chiesa imporrà al Monte, collegandolo alla Madre. Né forse è un caso che il monte si chiamasse in origine Mons Vergilianum (come attestato nei due Codici, fonte primaria della storia del santuario) prima di prendere il nome definitivo di Monte Vergine in onore della Madonna. Questi i versi che Virgilio dedica a Cibele (Eneide – preghiera di Enea):
Tu occupasti il Trono Centrale del Cosmo,
e così della Terra, mentre Tu provvedevi a cibi delicati!
Attraverso Te c’è stata portata la razza degli essere immortali e mortali!
Grazie a Te, i fiumi e l’intero mare sono governati!
Vai al banchetto, O Altissima! Deliziante con tamburi…
Tu, Madre di Dei, … ora guidami negli anni a venire!
Dea, rendi questo segno benigno!
Cammina accanto a me
con il Tuo passo grazioso!
Ancora una volta, quando si parla di Montevergine, il confine fra storia e leggenda è impalpabile come la nebbia del mese di febbraio.
Ci resta qualcosa di questa storia o, se volete, di queste suggestioni?
Ogni anno, il 2 febbraio, giorno della Candelora, l’ascesa verso il santuario esplode di canti, balli e travestimenti, al suono di nacchere e tammorre: è la festosa schiera dei femminielli, i celebri travestiti devoti alla Madonna nera, che sfida il freddo e il gelo per arrivare al santuario in cima al monte.

Attraversando l’immaginario mediterraneo e delle sue divinità femminili, riportandoci a tempi immemorabili di un lontano passato, questo popolo felice e variopinto va a incontrare Mamma Schiavona “che tutto concede e tutto perdona” eletta a sua protettrice.
Canzoni, suoni, crepitio di nacchere e battito di tammorre accompagneranno l’ingresso in chiesa, poi il silenzio calerà improvviso e si leverà alta un’invocazione salmodiante, una nenia rituale simile alla litania del muezin dall’eco mediterranea, che chiamerà a raccolta i fimminielli, le “le figlie” di Mamma Schiavona.
All’esterno il rito lascerà affiorare tutto il suo fondo pagano e le figure sensuali della tammurriata ricorderanno le danze degli affreschi pompeiani: veli volteggianti, fianchi roteanti, gesti ammiccanti.
Ai tempi gloriosi (e per sempre andati) di Camillo Marino e del suo Laceno d’Oro, Pier Paolo Pasolini, stregato dal fascino arcaico di questa giornata particolare, nel 1960 volle registrare personalmente queste nenie strazianti, per usarle come colonna sonora del suo Decameron. Negli stessi anni Zavattini e De Sica ammirarono il pellegrinaggio dei femminielli, in cerca

di ispirazioni per “L’oro di Napoli”.
Cantore della Candelora da anni è Marcello Colasurdo, grande interprete della canzone tradizionale vesuviana. Vladimir Luxuria, che ogni anno sale a Montevergine per onorare la Madonna nera, ha detto che “da secoli le persone diverse si sono riconosciute in questa Madonna diversa, una madre che guarda solo nel nostro cuore e non si interessa all’involucro che lo contiene“.
Il giorno della Juta della Candelora, non sono mancati scontri con l’autorità ecclesiastica. In varie occasioni l’abate del santuario ha scacciato i femminielli dalla chiesa scagliando anatemi. Ma loro, i fimminielli, non si sono lasciati intimidire.
Loro vogliono bene alla Madonna
e la Madonna vuol bene a loro.

















