
Senza “sagre” una perdita economica importante.
Oltre al danno sociale le piccole comunità sono state costrette a fare i conti con una danno economico che ha intaccato le piccole imprese
Uno dei termini chiave della pandemia dovuta al virus Covid 19 è stato sicuramente “distanziamento sociale”. Un termine assolutamente non in linea con quelli che sono i principi su cui si basa l’associazionismo, che rappresenta per le piccole realtà il motore che da vita ad eventi, a progetti e, in linea generale, a quelle alternative sociali che sono quasi essenziali per i piccoli centri. La mancanza di vita associativa ha pesato e sta pesando non poco nei piccoli paesi, mettendo in luce quanto sia importante il ruolo delle associazioni e quanto sia importante garantire l’organizzazione di manifestazioni ed eventi in grado di coinvolgere e offrire diverse possibilità di aggregazione.
Uno scenario non positivo che ha sancito lo stop (momentaneo) di manifestazioni ultradecennali messe al tappeto da normative stringenti che non ne consentono la giusta organizzazione e che pongono nelle mani degli organizzatori responsabilità gravose, non supportabili e, per certi versi, non sostenibili. Ad entrare in questo vortice sono state sicuramente le “Sagre”, esempi concreti di valorizzazione dei territori, dei prodotti tipici e delle aziende locali. Un silenzio assordante soprattutto in Irpinia, dove, questo tipo di manifestazione, da sempre rappresenta un caposaldo dell’estate. Divertimento, tempo libero, cultura e gastronomia: la sagra è la sublimazione dello stare insieme. Serate in cui troneggiano la cucina del territorio, la buona musica e gli spettacoli dal vivo.
Da Bagnoli a Lioni da Taurasi a Lapio sino ad arrivare nel Baianese, un tour lungo kilometri che esalta le eccellenze della nostra regione e permette di conoscere piccoli borghi, spesso sconosciuti ai più. Tutto rimandato a tempi migliori. Troppo rischioso poter garantire distanziamento, troppo impegnativo per gli organizzatori doversi sobbarcare l’onere della responsabilità. Dietro il mondo delle sagre, infatti, spesso si cela il mondo associativo, fatto di persone che a, titolo prettamente gratuito, prestano il proprio servizio per creare delle attrattive per il territorio in cui vivono. Far pesare sulle loro spalle oneri ancora più gravosi sarebbe stato troppo.

Ma quanto è costato tutto ciò? Tanto, forse troppo, soprattutto alla luce di quanto questi eventi producono per i territori in termini di economia, di visibilità e di aggregazione. I numeri dicono che circa il 92% delle produzioni tipiche nazionali, secondo un’indagine Coldiretti/Symbola, coinvolge piccoli borghi italiani, con meno di cinquemila abitanti. Lo stop alle sagre ha colpito, pertanto, profondamente le comunità locali e circa 34mila operatori ambulanti nell’alimentare, nonchè – sottolinea la Coldiretti – gli acquisti degli italiani che sfruttano questi eventi anche per rifornire le proprie dispense di prodotti tipici con una spesa complessiva annuale stimabile in 900 milioni.
La sagra è un patrimonio da non sprecare perchè alimenta un’industria alimentare fatta di piccole e molto piccole imprese che, proprio grazie a questi eventi si fanno conoscere sul mercato, e colgono l’occasione di queste feste popolari per fare una mirata operazione di marketing.
Un “dramma” non da poco, quindi, e una mancanza che deve servire da monito per far comprendere effettivamente il ruolo importante che hanno questi eventi e la loro ricaduta nei paesi in cui sono organizzati.

















