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Pandemia e mobbing:come sta cambiando il mondo del lavoro

Intervista al Dott.Giovanni Nolfe

Dott.Giovanni Nolfe
Napoli-Il termine “mobbing” trova le sue origini nel mondo dell’etologia ma successivamente viene utilizzato per definire l’insieme di vessazioni perpetrate sul luogo di lavoro, da parte di colleghi o superiori, ai danni del singolo individuo finalizzato all’ estromissione di quest’ultimo dalla realtà lavorativa. La pandemia da covid 19 ha visto l’aumento repentino e massivo della modalità smart working , molti lavoratori appartenenti a diversi settori si sono ritrovati a lavorare a casa attraverso il computer o altri dispositivi .
Il fenomeno del mobbing come si è evoluto alla luce di questo improvviso cambiamento ? Lo abbiamo chiesto ad una figura autorevole il Dott. Giovanni Nolfe , Psichiatra e Responsabile della Struttura Centrale di Psicopatologia da Mobbing e disadattamento lavorativo Asl Na 1 – Regione Campania.
Profondo conoscitore del fenomeno e autore di diversi testi di rilievo tra i quali ricordiamo “Mobbing. Narrazioni individuali e organizzative ” scritto con  L.M. Sicca (Editoriale Scientifica,2020) .
“Durante la prima fase della pandemia (quella che ha fatto interrompere molte attività e ha “chiuso in casa” le persone) abbiamo osservato un fenomeno inaspettato: la distanza del lavoratore dai luoghi
del disagio ha avuto su di lui spesso effetti positivi. Paradossalmente, alcuni lavoratori, quelli più vessati dal mobbing interpersonale, hanno preferito l’angoscia della pandemia a quella del lavoro: un dato su cui riflettere! Successivamente, la paura della perdita del lavoro, essere individuati come soggetti da poter colpire ancor più facilmente durante la fase di crisi (il blocco dei licenziamenti è stato, anche in questo senso,un fattore protettivo), la discriminazione rispetto allo svolgimento di attività a rischio o l’uso non equo dell’istituto della cassa integrazione, sono stati elementi che hanno ulteriormente amplificato il disagio nei luoghi di lavoro per le vittime del mobbing. Più in generale vorrei parlare di una questione che non c’entra molto con il mobbing- aggiunge– ma concerne il rapporto tra uomo e lavoro. A mio modo di vedere, una riflessione può essere fatta: a tutti noi è sembrata, purtroppo, una alternativa inevitabile quella di dover scegliere tra il lavoro e la sicurezza. Quasi che debba essere scontato dover lavorare (aumentando i rischi del contagio e dei decessi) oppure fermarsi ( e ritrovarsi senza
un minimo di sicurezza economica). Un modo di concepire il lavoro che non mi sento di condividere: esso dovrebbe aiutare a realizzarci e a vivere con dignità. Non sembra essere così e molti tra noi hanno purtroppo finito per dare per scontato che non debba essere così .Lo smart working, e i lavori agili nel loro complesso, sono forme di attività flessibili (tanto rispetto al luogo che all’orario di lavoro) che
potrebbero essere di grande rilievo e utilità nel mondo produttivo,soprattutto se consideriamo che, con la crisi ecologica, la “movimentazione” umana per le attività lavorative dovrà subire una
logica, e a mio avvio auspicabile riduzione. La possibilità, quindi, di accedere, in maniera concordata e reversibile a rapporti di lavoro elastici, che possano aiutare l’armonizzazione delle aree di vita e lavoro
non sono di per sé nocive o avversative. Molto diverso è il discorso al quale abbiamo assistito nell’ultimo anno, durante il quale, in relazione alla pandemia, nel nostro paese abbiamo osservato una rincorsa allo smart working (in Italia la quota delle attività svolte con questa modalità è tradizionalmente tra le più basse in Europa).
Almeno quattro- conclude – sono state le questioni problematiche:
1) La mancata organizzazione digitale del settore pubblico e privato e il ritardo tecnologico che hanno reso a volte estremamente farraginoso e faticoso il lavoro da remoto (si pensi
solo alle attività didattiche svolte con sistemi operativi non sempre
efficienti e rodati) che hanno reso oneroso l’impegno professionale;
2) La poca flessibilità oraria per cui molti lavoratori, ma soprattutto molte lavoratrici, hanno dovuto contemporaneamente lavorare per l’azienda e avere cura dei figli, con le conseguenti difficoltà di operare;
3) Talvolta abbiamo osservato che lavorare esclusivamente da remoto ha costituito
una perdita importante per la dimensione relazionale del lavoro, che non è solo un momento di produzione ma anche di interazione e di contatto umano, la cui soppressione totale ha avuto eletti non sempre favorevoli sulla organizzazione psichica dei dipendenti;
4) La perdita dei confini temporali, per cui in molte aziende il lavoro da remoto ha significato poter contattare il dipendente in ogni ora della giornata (soprattutto i settori assicurativi e bancari sembrano aver maggiormente sofferto in tal senso). In questo modo il lavoro agile ha perso la sua flessibilità ed è divenuto un ulteriore fattore di costrittività. Non parlerei, però, di mobbing in questo caso ma soprattutto di stress lavoro-correlato e di burn out.
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