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Napoli: Riaperta al MANN la collezione “Campania Romana”

Alla presenza del ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, dopo più di cinquant’anni nell’ala occidentale del Museo.

Aperta lunedì 3 aprile la sezione “Campania Romana”, fruibile per il grande pubblico dopo cinquant’anni di chiusura dell’intera ala occidentale: un’area di duemila metri quadri rimasta tristemente inutilizzata nella sua magnificenza, se si esclude qualche fugace mostra temporanea per pochi mesi.

Sale imponenti che, con grandi colonne divisorie, con volte decorate e spazi di inimmaginabile bellezza, rappresentano la cornice perfetta per ospitare sculture e pitture da edifici pubblici – Statue, bronzi, affreschi, sarcofagi, iscrizioni. Più di 200 opere, molte delle quali del tutto inedite, poiché mai esposte prima d’ora.

Dietro questo immane sforzo c’è un team straordinario, costituito da professionisti di livello assoluto, provenienti dal MANN, dal Ministero a livello centrale, dalle Università e dalla sfera del privato, capaci di progettare e spendere fondi strutturali nonostante il Covid. Ci sono l’Europa e il MiC che, tramite i fondi PON CULTURA E SVILUPPO, FESR 2014-2020 (sette milioni di euro), hanno sostenuto un’impresa memorabile.

L’allestimento di “Campania Romana”, curato dalla prof. essa Carmela Capalbio, docente di Archeologia Classica presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, infatti, ha inteso ricostruire il milieu di rinvenimento dei vari manufatti.

Questi spazi, al piano terra dell’allora Real Museo Borbonico, furono concepiti da Michele Arditi, nei primi decenni del XIX secolo, come sede prestigiosa del Museo delle Statue. In seguito due artisti, Giuseppe Abbate (1864) e Fausto Niccolini (1866-1870), furono incaricati di decorare gli ambienti. Solo nel Novecento, a partire dagli anni Sessanta, si ha una svolta nella concezione museografica di questa sezione: il sistema espositivo concepito da Vittorio Spinazzola e Amedeo Maiuri è oggetto di un ripensamento e diviene centrale il tema del “contesto”, ovvero la provenienza delle opere. Questa linea programmatica è stata adottata per l’allestimento della collezione Farnese nell’ala orientale e ha motivato la ricollocazione della statua di Ferdinando I di Borbone come “Minerva pacifera” di Antonio Canova alla sommità dello scalone, al posto del “Gigante di Palazzo”, ovvero il busto colossale di Giove Capitolino da Cuma.

Con Campania romana vengono così presentati non solo le sculture in marmo e in bronzo, ma anche i rivestimenti parietali, le epigrafi, gli elementi architettonici e di arredo che decoravano gli edifici pubblici e i monumenti funerari di quella che a buon diritto può definirsi la “Campania Romana”, ovvero l’area geografica volta ad indicare l’unione di quelle che oggi sono due regioni distinte, ma che nel periodo romano costituivano un unicum, data l’intensità e fecondità di rapporti con la Roma caput mundi.

Il primo segmento espositivo è dedicato all’area flegrea: Baia, Cuma e Pozzuoli, ed è introdotto dalle statue dei mirabili Dioscuri di Baia.

Il percorso continua con i reperti del comparto vesuviano, anzitutto Pompei, con manufatti provenienti dall’area del Foro triangolare: tempio di Asclepio, Palestra sannitica e teatro, e del foro civile: tempio di Apollo, tempio di Venere, Basilica, Macellum, tempio della Fortuna e Capitolium. È poi la volta di Ercolano con una ricostruzione virtuale della celebre Quadriga dell’area del teatro, mentre per quanto concerne l’Augusteum è stata riprodotta la collocazione originaria di affreschi e sculture, presentando per la prima volta al pubblico l’esatta sequenza delle decorazioni presenti nelle nicchie.

Splendido l’approfondimento su Marco Nonio Balbo, con le statue in marmo bianco del grande patrono della città il cui volto è ancora oggi impresso nella volta del cunicolo in cui fu trovato. Quanto all’antica Stabiae, è presente in allestimento la replica dell’Afrodite Sosandra, messa a confronto con la scultura omonima proveniente da Baia.

Un altro segmento, imperdibile, sono le sale dedicate all’Anfiteatro e al teatro di Santa Maria Capua Vetere, che segue il principio tematico del cosiddetto Gabinetto delle Veneri ideato da Michele Arditi nei primi decenni del XIX secolo: è l’Amore a fare da fil rouge delle opere esposte: Afrodite, Amore, Ganimede, e altre rappresentazioni delle passioni di Zeus.

Per il Lazio c’è l’Apollo in riposo da Formia, proveniente dalla piscina dedicata da Nerva nel 90 d.C.; l’Infanzia di Dioniso da Gaeta, cratere in marmo pentelico firmato dall’artista neoattico Salpion, risalente a metà I secolo a.C.; il colossale busto di Augusto in marmo bianco proveniente da Fondi, dove l’imperatore è raffigurato con fattezze giovanili fortemente idealizzate.

Sono presenti alla conferenza d’inaugurazione il direttore del MANN Paolo Giulierini, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, la docente di archeologia classica Carmela Capalbio, curatrice della sezione, e il direttore generale dei Musei ed ex docente della “Federico II” Massimo Osanna.

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