
ACQUE IRPINE, IL SANTUARIO DELLE ACQUE DEL MEZZOGIORNO PROFANATO
C’è un disegno preciso, in atto da anni, per appropriarsi del grande patrimonio dell’Irpinia: le acque. Testo di Gerardo Troncone dal Quotidiano del Sud del 09-07-22.
Nella provincia si concentrano ben quattro vasti massicci montuosi di natura calcarea (Terminio-Tuoro, Cervialto-Polveracchio, Accellica-Licinici-Mai e Partenio-Avella-Sarno), ognuno dei quali è sede di cospicue emergenze basali (con portata media annua fino a 6 mc/sec), nel loro complesso nettamente superiori a quelle dell’intero Appennino Meridionale.

Il primo massiccio (Terminio-Tuoro) alimenta i gruppi sorgivi gestiti da ABC di Napoli (sorgenti di Serino), Acquedotto Pugliese (sorgenti di Cassano), Alto Calore Servizi (Cassano e Sorbo), e altre.
Il secondo (Cervialto) alimenta in prevalenza le sorgenti del Sele gestite dall’Acquedotto Pugliese, che hanno una portata di ben 4000 lt/sec.
Il terzo (Accellica) alimenta l’Alta Valle della Solofrana, le sorgenti del fiume Propezzano (400), di Giffoni, del Picentino (300) e dell’Ausino (800), con gli acquiferi profondi in gran parte destinati all’uso industriale nell’area montorese-solofrana.

Il quarto (Partenio-Monti di Avella), forse il più complesso, alimenta l’intero fronte acquifero di Sarno, con le sorgenti di Mofito (500), Sarno (3000), Santa Maria la Foce (3500), Santa Marina di Lavorate (3500).
Il totale delle risorse destinate al consumo umano è pari 13.500 l/sec; corrispondenti a oltre 1 milione di mc/giorno, con cui si approvvigiona oggi una popolazione di circa 6 milioni di abitanti.
I quatto massicci calcarei alimentano altrettanti grandi corsi d’acqua (Sele, Calore, Ofanto e Sabato), oltre numerosi corsi minori: Ufita, Miscano, Fredane, Osento, Fiumarella, Calaggio-Carapelle, Cervaro ecc.). Contigui al territorio irpino sono i monti della Daunia, da cui scaturiscono altri fiumi che attraversano la Puglia.

Se è vero, come è vero, che l’Irpinia è il santuario delle acque del Mezzogiorno, siamo qui a denunciare con forza che in questi giorni, anzi in queste ore, questo santuario è profanato da una banda senza scrupoli, malefica come un cancro, viscida come una piovra.
Diciamo subito che la premessa a questo scempio, non certo l’unica causa ma quella più rilevante, è stata la mancata individuazione di quel soggetto unico idoneo ad assumere la gestione del ciclo integrato delle acque, come previsto dalle leggi vigenti. Eppure questo soggetto c’è, per meglio dire fino a poche settimane fa (settembre 2021) ci sarebbe potuto essere!
Parliamo dell’azienda Alto Calore Servizi SpA, che ne avrebbe avuto pieno diritto, ma che oggi si trova invischiato in una rete che si stringe ogni ora di più ed è prossima a soffocarlo, rete che come vedremo non è figlia del caso, ma frutto di una strategia scellerata, se non criminale. Per coglierne gli aspetti, dobbiamo partire da lontano, da almeno venti anni fa.

Ci limitiamo qui a una rapida cronistoria a partire dall’anno 2003, non tacendo che gran parte, se non la totalità, dei problemi ha radici nella gestione degli anni precedenti, presidente Enzo De Luca (il nostro Enze, per distinguerlo da Crozza), che ha generato la dissoluzione economica, morale e tecnica di un’azienda in precedenza attiva e prospera.
Nel 2003 si decide di scindere l’esistente Società, a capitale totalmente pubblico (10% della Provincia di Avellino, 10% del Comune di Avellino, il resto di proprietà di oltre cento Comuni irpini e sanniti), in due Società distinte: la prima denominata Alto Calore Patrimonio (ACP), la seconda Alto Calore Servizi (ACS). All’ACP si stabilisce di assegnare tutti i beni di proprietà della Società d’origine, all’ACS di affidare tutti i servizi (distribuzione di acqua potabile, servizio fognario, ecc.).
I presupposti per la scissione sono l’opportunità di creare una società-cassaforte (ACP) intestataria di tutti i beni, che non corra quei rischi che possano implicare una perdita dei beni stessi, e una società destinata essenzialmente alla gestione dei servizi (ACS), che si fa invece carico dei rischi d’azienda.
In questo nuovo assetto, l’ACS deve “noleggiare” dall’ACP i beni (reti idriche, impianti di sollevamento, serbatoi, ecc.) necessari allo svolgimento della propria attività e per ciò pagare un canone annuo (pur essendo i soci delle 2 società coincidenti, perciò il canone doveva essere teoricamente pari ad 1€ all’anno

Per determinare l’entità dei beni, l’esatta suddivisione di funzioni fra le due Società e il canone annuo da corrispondere vengono ingaggiati due esperti in materia (che qualcuno, a torto o a ragione, intitola CS = Consulenti Strapagati) i quali, analizzata la situazione, suggeriscono la cifra di 900.000 euro all’anno quale canone “iniziale in acconto”, salvi successivi futuri aumenti, cifra che l’ACS verserà d’ora in avanti all’ACP.
Tutto semplice chiaro giusto se, a prescindere dall’enorme valore dei beni in discussione (che supera i duecento milioni di euro), fosse stata accertata da parte dei consulenti la proprietà effettiva dei beni stessi, questione negligentemente da loro mai affrontata. La verità è che nessuno dei beni (ad eccezione della storica sede di Corso Europa in Avellino, di qualche insignificante striscia di terreno, buona a produrre qualche chilo di patate e dell’acquedotto vecchio Alto Calore, detto anche del Fascio, per essere stato realizzato nel 1938) risulta di proprietà dell’ACP, che oltretutto mai e poi mai li aveva in precedenza indicati come tali nei propri bilanci.
La questione della proprietà dei beni, che sarà alla base di tutti i guai successivi, merita qualche parola in più. Tali beni erano stati realizzati, per la quasi totalità, con finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno, nell’ambito dell’intervento straordinario relativo a opere di raccolta e adduzione delle risorse idriche.
La Cassa del Mezzogiorno aveva affidato quindi l’esecuzione in regime di concessione di gran parte delle opere ricadenti nelle province di Avellino e Benevento al vecchio Consorzio Idrico Interprovinciale dell’Alto Calore che, agendo in veste di semplice concessionario, aveva curato tutte le fasi degli interventi, dall’acquisizione dei fondi all’appalto, dall’esecuzione delle opere al collaudo. Una volta soppressa la Cassa, ad essa subentrata l’Agensud, quest’ultima manteneva in capo al Consorzio la competenza ad eseguire le opere in regime di concessione. Una ulteriore prosecuzione delle concessioni originarie aveva luogo nel 1993, all’atto del trasferimento delle attività dall’Agensud al Ministero dei Lavori Pubblici.

Tutte le opere venivano poi trasferite ope legis alle Regioni di appartenenza e, a più riprese, la Regione Campania ha ribadito i propri diritti di proprietà su reti idriche, impianti, serbatoi, ecc., nonostante i ridicoli tentativi di qualche autonominatosi manager di ben nota area balbuziente). L’ACS, in quanto Società di servizi, nata dal disciolto Consorzio Idrico Interprovinciale dell’Alto Calore, è restata in definitiva semplice affidataria della gestione del servizio e dei beni suddetti, tutti o quasi di proprietà della Regione. A dispetto di tale evidenza, si preferisce invece accogliere i pareri di cui sopra, e si stipula un contratto di fitto annuo dei beni per l’importo “provvisorio” di 900.000 euro all’anno. Nel contempo l’ACP iscrive tutti i beni nel proprio bilancio, e con l’enorme cifra introitata si limiterà a pagare un pugno d’impiegati (anche questi assunti non si sa bene con quale selezione o concorso, se non con il ben noto clientelismo e le corpose indennità dei membri del Consiglio d’Amministrazione, quando era noto che sarebbe bastato un semplice ragioniere per amministrare il quasi nulla.
La storia del mancato affidamento del servizio idrico integrato all’ACS inizia il 29 giugno 2003 (siamo quasi a una ricorrenza ventennale!), quando l’assemblea dell’ATO nega, sotto la spinta di una certa Sinistra suicida, fiancheggiata da parte sannita, l’affidamento alla neonata società ACS. Col tempo la questione del canone milionario non va più giù all’ACS, in rapporto anche alle difficoltà economiche che cominciano a incombere.
Già nel bilancio 2009 dell’ACS, presidente Donato Madaro, viene annotata in bilancio una cifra di circa 200.000 euro come acconto sul canone 2008, a seguito di prudenziale decurtazione rispetto ai 900.000 euro versati finallora. Nel bilancio dell’ACP, presidente Fierro, è annotato però un credito di 900.000 euro per lo stesso canone 2008. Va senza dire che le due iscrizioni sono del tutto inconciliabili, e almeno una delle due è certamente falsa. Lo scontro arriva al suo culmine nel 2010, presidenti Franco Maselli dell’ACS e ancora Lucio Fierro dell’ACP.
L’ACS richiede all’Agenzia del Territorio di Avellino di stimare il canone di locazione dovuto per l’immobile di Corso Europa, quale unico bene significativo di proprietà dell’ACP, e l’Agenzia del Territorio stabilisce che il canone annuo dovuto da ACS ad ACP è pari a 133.200 euro. Di conseguenza resta implicito che l’importo che l’ACS avrebbe effettivamente dovuto versare dal 2003 al 2008 ammontava a 732.600 euro, contro i 4.250.000 euro versati (ovvero 3.517.400 euro in più del dovuto). Al presidente dell’ACS non resta altro da fare che richiedere all’altra Società la restituzione delle cifra versata indebitamente e iscrivere nella proposta di bilancio consuntivo 2010 la cifra di 3.517.400 euro quale sopravvenienza attiva, mentre all’ACP resta solo la scelta fra due eventualità: o accettare la richiesta dell’ACS, iscrivere la cifra di circa tre milioni e mezzo di euro come debito nel proprio bilancio e subito dopo chiudere i battenti, oppure respingere al mittente la richiesta, continuando a suonare la propria musichetta. Sappiamo come è andata, a Maselli fu bocciato il bilancio per un’alleanza finita male tra destra e gruppo demitiano, fra denunce, cause, condanne, e polemiche sulla proprietà effettiva dei beni.
Intanto il processo di degrado economico avanza in modo esponenziale i debiti accertati sonno la presidenza D’ercole passano da 60 milioni del 2010 a ca. 90 nel 2013. La questione di fondo è sempre la stessa: l’ACS è costretta a manutenere beni di proprietà regionali, che per di più sono destinati alla costosissima “produzione” di acqua potabile, in un territorio accidentato come altri mai e dove i costi energetici sono inverosimili.
Sulla situazione si stende il manto di bilanci poco trasparenti, fra crediti inesigibili e proprietà inesistenti. Né mancano gravi episodi di clientelismo, affarismo e altro, tipici della politica nostrana. Nel 2013 il tentativo dell’amministrazione di centro-destra per ottenere l’affidamento della gestione dall’Ato Calore Irpino s’infrange nell’opposizione della maggioranza di centro sinistra, forse per vendetta su chi aveva cacciato Maselli. Nello stesso periodo l’Ato, preso atto delle guerre di potere interne all’Assemblea, chiede all’assessore all’ambiente della regione, a guida centro-destra, che si possa almeno indire gara per individuazione del Gestore. Niet!
Nell’anno 2015 si ha una svolta significativa: viene di fatto soppressa l’ACP, per fusione ed incorporazione in ACS, viene eliminato il pletorico consiglio d’amministrazione dell’ACP, viene designato un cda a numero ridotto e si inizia a far chiarezza sulla situazione economica reale, visto che la perdita di gestione strutturale è fissa a ca. 10 milioni € all’anno. Segue un periodo difficile, nel corso del quale una gestione accettabile, pur se contrassegnata da vari errori, poco o niente può fare per colmare quella che è diventata una voragine debitoria di cui non si scorge neppure il fondo (120, 130, 160 milioni, fate voi), che continua a lievitare mese per mese.
Il 2 dicembre 2015 è emanata la legge regionale n.15 e, dopo che l’ATO competente si vede negare dal nuovo assessore all’Ambiente, il fido vice di De Luca, on. Bonavitacola, il permesso ad indire la gara per la gestione continua a operare, con poteri limitati, attraverso l’Assessorato all’Ambiente, si arriva al primo ottobre 2018, quando il neocostituito Ente d’Ambito Regionale (EIC), completata la nomina di tutti gli organi previsti, diventa il soggetto abilitalo e responsabile ad assumere ogni decisione in materia.
Bene, dal primo ottobre 2018, e per i circa quattro anni successivi, l’EIC non trova modo né di salvaguardare i gestori esistenti, riconosciuti tali fin dal 2005, né di procedere agli affidamenti come per legge, col risultato che nessuno dei gestori presenti è messo in condizione di programmare interventi per migliorare il servizio all’utenza né la struttura gestionale esistente, a cominciare proprio dall’ACS.
Fra i tanti danni prodotti dall’EIC va annoverato il boicottaggio strisciante (ma con ben noti suggeritori) contro il tentativo di costituire un gestore unico mediante una procedura di tipo aggregativo tra i tre maggiori gestori esistenti nel distretto irpino-sannita: ACS, Acquedotto Pugliese e GESESA-ACEA di Benevento, che avrebbe implicato in primis una ragionevole e corretta pianificazione della gestione della notevole massa debitoria dell’ACS (anno 2017-2018). Va pur detto che un ruolo (negativo) non marginale in questa circostanza è svolto dalle forze politiche locali, che paventano il venir meno del proprio forte potere di controllo clientelare, e l’interferenza di alcune sigle sindacali, che intravedono una limitazione del loro potere di interdizione.
Si susseguono incontri e riunioni senza fine, in ognuna delle quali ognuno suona la propria musica, ma nulla i concretizza in ordine all’affidamento. Né l’EIC, al di là di vaghe promesse mai mantenute, si fa carico di quelle iniziative utili che pur le competerebbero. Sorvoliamo per carità su piani di risanamento di ACS che suscitarono l’ilarità degli addetti ai lavori per le ipotesi operative da manicomio criminale. Quel che è certo, è che al danno del mancato affidamento si assomma la beffa che senza di esso non si può accedere ai fondi PNRR, e quindi addio al risanamento delle reti, all’efficientamento energetico, a tutto ciò che avrebbe potuto riportare a galla l’azienda.
Arriviamo così all’epilogo di questa brutta storia che vede l’Irpinia ancora una volta stritolata come un guscio di noce nella morsa spietata delle vicine “consorelle”. In mezzo ai polli di Renzo piomba la notizia, inattesa ma non sorprendente, viste le denunzie su legittimità dei dati di bilancio, dell’istanza di fallimento avanzata dalla Procura della Repubblica di Avellino. Proprio questa notizia, anziché generare solidarietà e spingere a cercare soluzioni percorribili, mette in moto quegli sciacalli che forse da anni non aspettavano altro. Ora c’è un corpo morente, proviamo a strapparne via qualche brandello, magari un po’ prima dell’estrema unzione. La prima pagina di questo strazio è scritta il 29 giugno 2022.
L’Ente Idrico Campano, col proprio comitato esecutivo, adotta una delibera significativa nella forma, ma priva di legittimità, nel contenuto, tante è che basterebbe qualche pur simbolico ricorso al TAR per affossarla, con la quale “riconosce la salvaguardia ed autonomia gestionale” a cinque comuni del distretto Calore Irpino: Solofra, Serino, Avella, Sperone e Baiano, cui consente di gestire in piena autonomia il servizio idrico integrato.
Al di là della palese illegittimità di questa decisione in relazione alle norme vigenti, all’assenza degli essenziali dati programmatici su cui appostare il contratto di gestione, risalta la sua profonda illogicità. Prendiamo ad esempio il caso di Solofra. Avere affidato il servizio idrico integrato (vale a dire quello idrico vero e proprio, quello fognario e quello depurativo, oltre la salvaguardia degli acquiferi presenti) a un’unica Società significa che la stessa si deve far carico dei costi di reperimento e distribuzione dell’acqua potabile, e fin qui non ci sono problemi, ma anche della gestione ed ammodernamento della rete idrica, di quella fognaria e dell’esistente impianto epurativo (e qui iniziano le dolenti note, stanti i relativi oneri che arrivano a decine di milioni all’anno), dei controlli sulle falde (nel caso particolarmente compromesse dagli scarichi abusivi, e la cui bonifica può implicare esborsi di altre decine di milioni). La domanda è scontata: a fronte di questi costi spropositati, a quanto dovrà arrivare la tariffa in capo ai cittadini?
Tutto lascia presumere che siano in arrivo a breve altre iniziative consimili, visto che l’albero della cuccagna è stato allestito e i procacciatori sono ancora in giro. Ma veniamo al cuore del problema, alla questione per la quale la banda dell’acqua sporca è indefessamente all’opera da qualche anno, e che ci dà la cifra autentica di questa brutta storia. In un’imminente riunione l’Ente Idrico Campano si accinge a deliberare la divisione dell’attuale distretto Calore Irpino (si ripete, comprendente le province di Avellino e Benevento), in due distinti ambiti, uno per la provincia di Avellino e oggi l’altro per quella di Benevento.
Poco importa che il vagheggiato distretto sannita non disponga nel proprio territorio di alcuna risorsa idrica propria o quasi (il contributo delle sorgenti di Solopaca copre solo circa il 20% del fabbisogno e quello che verrà dalla diga di Campolattaro, pari al 40% verrà, se verrà, fra quattro – cinque anni o più. Da dove, quindi, prelevare oggi il restante fabbisogno, e qui parliamo di circa 3/400lt al secondo? Proviamo a indovinare. Non è tanto difficile: dalle sorgenti irpine (a scelta fra Cassano, Montella, Montemarano, Caposele, Senerchia, Quaglietta, Serino, ecc.). Da dove se no?
Corre anche voce (giornalistica) che a curare i dettagli di questo scippo sarà designato uno speciale “commissario” plenipotenziario, nel caso un individuo senza troppi peli sullo stomaco, volpe di lungo corso. A cose fatte poi saranno i soliti cani di masseria del cerchio magico regionale ad annunciare la lieta novella, cercando magari di indorare la pillola con la vanteria di aver così sottratto all’imminente fallimento dell’ACS un bel po’ di beni e risorse. Risale a un paio di giorni fa l’epitaffio dello Sceriffo, che suona come presa d’atto dell’ineluttabile dichiarazione di fallimento dell’ACS: «Scontiamo decenni di allegria amministrativa e di porcherie clientelari».
Resta un po’più difficile però capire il senso del plauso manifestato a quest’epitaffio da parte dell’attuale presidente del Titanic, pardon dell’ACS, Michelangelo Ciarcia, da anni presente a vario titolo proprio nel cuore di quelle stesse porcherie clientelari e allegrie amministrative, se tali sono state. Ma il caldo a volte fa brutti, bruttissimi scherzi. Fuori i nomi, ora, o taci per sempre! ci avverte Cretinetti.
Quella che segue è un’opinione strettamente personale, che certamente sarà etichettata come originale, nella migliore delle ipotesi, o delirante, secondo la maggioranza corrente. Cominciamo dal puparo: chi, se non l’ineffabile Fulvio Bonavitacola, dal 2015 vicepresidente della Regione Campania e da quel momento votato alla sacra missione di devastare tutto ciò che è patrimonio dell’Irpinia (di acque parlando). Dietro di lui chi se non colui che vuol essere Dio, pur non avendone i requisiti: il Clemente sindaco di Benevento, “ago della bilancia” in servizio effettivo e permanente.
Sotto di lui i soliti pupi, a cominciare dal presidente e del direttore generale dell’EIC, Luca Mascolo e Vincenzo Belgiorno e, un po’ più in basso, i cani di masseria alias venditori di pentole. Apriamo un qualunque giornale e li troviamo in bella posa, impegnati in una riunione operativa o in un convegno sul ciclo integrato delle acque, seduti uno accanto all’altro, beoti e sorridenti, manco fossero al G7 (qui vengono in mente le categorie di Sciascia: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i – con rispetto parlando – pigliainculo e i quaquaraquà).
E sopra di lui, ovviamente, il gran guiscardo salernitano, arguto più di Crozza, che al momento recita la parte che pupi e puparo gli hanno per tempo suggerito, ben sapendo stavolta di giocare col fuoco, più che con l’acqua.

















