
FERMARE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO E’ DAVVERO POSSIBILE?
Fenomeni sempre più estremi si registrano a causa dell’innalzamento delle temperature globali, ma invertire la rotta si può o è solo utopia?
Antonio Napolitano – Il cambiamento climatico è realtà, inutile girarci intorno. Per chi, come il sottoscritto, inizia ad avere un cospicuo numero di anni alle spalle, la differenza, nettissima, tra il periodo compreso tra il 2010 ed il 2020 ed i lustri precedenti è evidente e preoccupante. E dire che qualche sacerdotessa del Tempio di Apollo già da tempo va prefigurando un futuro a tinte fosche per l’umanità. Erano i primi anni novanta e si parlava insistentemente di una Sicilia e parte del Sud Italia che avrebbero avuto problemi idrici e si sarebbero addirittura avviate alla desertificazione nel giro di circa 30 anni.
Le previsioni, però, soprattutto quelle da Disaster Movie, sono sempre sbagliate. Perché pongono all’orizzonte degli scenari che sono, quasi sempre, i peggiori tra una serie di possibilità e finiscono per ottenere il risultato opposto di quanto si erano proposti. Cioè, se la previsione è sbagliata, anche di poco, viene messo in discussione non solo il metodo, ma la veridicità del fenomeno che invece esiste ed avanza a grandi falcate. Appare evidente, dunque, che un approccio troppo pessimistico è destinato, un po’ in tutti gli eventi, a creare plotoni di adepti, terrorizzati dalla reale possibilità dell’evento nefasto, ma allo stesso tempo un esercito di negazionisti che, invece, sulla scorta di previsioni troppo estreme o minacce reali, ma solo possibilistiche, che non si realizzano, reagiscono mettendo in dubbio gli interi studi. Un fenomeno, questo, che conosciamo benissimo, che caratterizza da anni la politica, ma anche l’opinione pubblica, mai come oggi divisa, in maniera quasi insanabile, su ogni argomento.
Cosa c’entra questo oggi con il cambiamento climatico. Tanto, forse tutto. Quando un fenomeno così evidente non è guidato da una comunicazione reale ed efficace, nascono i nuovi eroi ed antieroi moderni. E’ questo il caso di Greta Thunberg, una ragazzina illuminata, “trasformata” in un personaggio ormai, che, proprio per i tratti con cui è stata dipinta da una fazione o dall’altra, cioè come nuovo messia o come moderno Nostradamus, è tutto da valutare se possa essere davvero utile alla causa del cambiamento climatico. Ovviamente, le cose che dice sono di assoluto buon senso ed assolutamente veritiere. Ma se è vero che serviva un portavoce che avesse la capacità di coinvolgere una popolazione globale, allo stesso tempo, idealizzare troppo l’argomento rischia, come spiegavo in precedenza, di creare fenomeni opposti, quelli cioè del negazionismo spinto. La verità come sempre sta nel mezzo.
Il problema di fondo è l’incapacità della politica internazionale (questa volta gli italiani sono in ottima compagnia) di parlare alle persone senza cadere nel populismo o, al contrario, nel politichese. Significa cioè parlare alle persone come se fossero capaci di capire (strano eh?), parlando alla loro testa e non alla loro pancia. Il cambiamento climatico è un evento attuale, non futuro, e per dimostrarlo basta presentare dati certi che riguardano fenomeni estremi di siccità, di piovosità, di bolle di calore e di estremo freddo, di temperature anomale e volumi di ghiacciai ormai persi. Sono tutti dati incontrovertibili di quanto già accade ed impatta negativamente sulla vita. Già questo dovrebbe servire a far capire la reale situazione senza previsioni allarmistiche più di quanto lo sia la realtà. Allo stesso tempo bisogna essere chiari sulla transizione ecologica che non può essere immediata e, soprattutto, non può essere attuata a fronte di uno shock sulle casse del sistema produttivo nazionale.
E’ orrendo dirlo, ma se la Natura è Madre, il mondo moderno ha come Papà l’Economia e la Finanza. E’ giusto? No! L’è tutto da rifare? (Come avrebbe detto il grande Gino Bartali) Probabilmente si. Ma la realtà è questa.
Se prendiamo il caso dell’Idrogeno. Ad oggi esistono numerosissimi progetti e procedure già approvate e sicure per la produzione di idrogeno verde. Sarebbe un tipo di produzione assolutamente ad impatto zero, ad emissioni zero, ma allo stesso tempo, se oggi i soldi pubblici spostassero il proprio asse verso quest’ultimo settore, significherebbe demolire in un solo colpo tutti gli investimenti che asset di rilevanza nazionale ed internazionale hanno fatto sull’idrogeno grigio (scarto produttivo di una reazione chimica, o estratto dal metano e da altri idrocarburi) e blu (produzione da combustibili fossili) e che solo ora stanno vedendo la loro realizzazione. Oggi, favorire il cambiamento totale ed immediato verso forme di produzione di carburanti più verdi, senza tutelare gli investimenti di questi asset, sarebbe bellissimo, ma solo in un mondo ideale. Le grandi strutture che operano nel settore energetico sono finanziate, da decenni con linee di credito garantite e mobilitate da istituzioni europee e nazionali. Molte di queste hanno usufruito del famoso Piano Juncker ed ancora oggi utilizzano programmi di finanziamento promossi dalla BEI con controgaranzia posta su fondi comunitari. Si tratta di processi necessari per assicurare che i fondi impegnati dalle istituzioni europee servano a muovere investimenti privati ed a sbloccare lo sviluppo di infrastrutture, le uniche capaci di garantire la crescita degli stati. Per cui, uno stato che sembra tutelare gli interessi di pochi e di entità elette, in realtà, spesso, sta tutelando i propri investimenti soprattutto in settori strategici che rappresentano introiti netti per le casse pubbliche.
Ed allora alla giusta spinta dell’opinione pubblica bisognerebbe rispondere con la verità che, seppur creerebbe un’ondata di sdegno, inizierebbe a dar vita al processo di consapevolezza di cui la gente ha assoluto bisogno per superare questa fase di antipolitica e spesso anti-istituzioni.
Lo stesso discorso si può applicare per gli stati caratterizzati da economie emergenti che sono restii ad avviare la riduzione delle emissioni. Perché, parliamoci chiaro, se è vero che la popolazione benestante (che rappresenta una percentuale di assoluta minoranza nel mondo) oggi si deve sensibilizzare per ridurre i consumi (a partire da quelli energetici per finire a quelli alimentari, soprattutto delle carni, la cui produzione rappresenta uno degli elementi di maggiore produzione di Co2), vi è una grandissima percentuale di persone che spera, in un futuro prossimo di poterli aumentare quei consumi, uniformando il loro stile di vita ad uno più occidentale.
Ecco, la verità è tutta in questo. Abbiamo, per secoli, promosso uno stile di vita nel mondo occidentale che non era nemmeno lontanamente sostenibile ed equo. Pensavamo, noi ed i nostri antenati, che le risorse fossero infinite o quantomeno impossibili da finire. Questo concetto, però, non solo è sbagliato nel suo nucleo, ma è anche basato su un enorme bugia. Le risorse non solo non sono infinite, ma non sono neanche destinate tutte al mondo occidentale così come lo conosciamo. Per cui la vera domanda è semplice: “Siamo davvero pronti o capaci di rispondere al cambiamento climatico? Siamo oggi in condizione di ridisegnare, dopo secoli, uno stile di vita che miri all’utilizzo delle risorse e non allo sfruttamento delle stesse? E, cosa più seria, siamo pronti a ridisegnare un paradigma di governance che faccia fronte ad una riduzione di diponibilità di risorse e si adoperi per basare la crescita su perni differenti rispetto al passato?“
Si occupi di questo la politica, perché il cambiamento climatico non è il fattore, è “solo” il sintomo di una malattia ben più grave che parla di sovraffollamento e di spostamento del nucleo produttivo mondiale verso paesi molto popolosi, come la Cina e l’India, che oggi stanno spingendo verso la domanda interna favorendo i consumi propri, incidendo pesantemente sull’equilibrio mondiale delle risorse e delle materie prime.
E’ questo il vero punto. Certo, tutto quanto la singola persona attiva per la riduzione dei consumi è benvenuto ed utile, nonché auspicabile, ma le dinamiche internazionali sono mosse da molti più elementi che spesso non tengono e non possono tenere conto del valore etico e morale della lotta al cambiamento climatico. Oggi si gioca una partita a scacchi complessa, che rischia di finire in stallo, con conseguenze sul clima che, ahimè, saranno difficili da evitare e, purtroppo, sempre più ardue da metabolizzare.

















