
TORNERANNO LE “MUMMARE” DI NAPOLI?
Da Facebook di Angelo Forgione del 20 luglio 2023. Foto: Fonte Facebook.
Fu l’acqua preferita dai napoletani da Settecento al secondo Novecento. Le fonti dell’acqua “zurfegna” del Chiatamone, conosciuta anche come suffregna, ferrata e delle “mummare”, oggi tombata dalle costruzioni di via Parthenope, sono state dichiarate di interesse storico demo-etnoantropologo dal Ministero dei Beni culturali su istanza del Comune di Napoli, che intenderebbe recuperarle insieme agli antichi chioschi.
La fonte superstite è sbarrata da un cancello chiuso nel cortile posteriore dell’albergo Continental di via Chiatamone. Lì e in altri quattro punti ci si recava per riempire i recipienti di terracotta, detti “mummare”.
Il primo colpo glielo diedero appunto le nuove costruzioni sul lungomare. Il secondo, il colera del 1973, per il quale furono incolpate senza alcuna responsabilità epidemica e sigillate senza dimostrazione scientifica. Quell’acqua si era bevuta per secoli, senza alcun danno alla popolazione che ne aveva usufruito. Unica nel suo genere, era denominata “Acqua della sorgenti del Monte Echia” e considerata digestiva e curativa. Gli acquafrescai napoletani la distribuivano così come sgorgava o con l’aggiunta di spremute d’arancia, di limone e un pizzico di bicarbonato di sodio.
Con la chiusura delle fonti fu decretata anche quella degli antichi chioschi in marmo. Il più famoso tra tutte ‘e bbanche ‘e ll’acqua, era quello che si trovava davanti a Palazzo Penne, gestito da Zì Nennella, oggi “protetto” in una bardatura di ferro arrugginito che conserva e protegge un vero tesoro.
Napoli è nata proprio sull’acqua ferrata. Megaris, il primo insediamento dei Rodhesi del VII secolo a.C., attuale Borgo Marinari, aveva una caratteristiche fondamentale: deteneva risorse idriche autonome. Erano appunto le acque ferrate.
Non a caso, il molo sotto Castelnuovo è detto “Beverello”, prendendo il nome dal “Beverellum”, un antico corso d’acqua solfurea che sgorgava in zona.
Le acque di Napoli, tantissime fonti di diversa origine in un territorio tra due vulcani, erano ricercatissime nei secoli passati. Le cisterne greche e romane ancora esistenti nel sottosuolo, compresa la Piscina Mirabilis di Miseno, ne testimoniano l’abbondanza già dai primi secoli della città. La flotta spagnola, nel Seicento, riempiva le stive delle sue navi di acqua partenopea. E nel Settecento – lo riporto nel mio libro “Napoli svelata” al capitolo dedicato ai rinomati alimenti freddi di Napoli – il noto cuoco Vincenzo Corrado scrisse ne “Il Credenziere di buon gusto” che per fare buoni sorbetti “bisogna servirsi della miglior acqua, che nel luogo si trova, dipendendo ancor da questa l’eccellenza di tal bevanda”.
Il ritorno degli antichi chioschi di Napoli e delle “mummare” è uno dei punti più importanti del progetto di recupero. Speriamo vivamente che non rimanga sulla carta. Sarebbe ora di muovere le acque!
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