
AVELLINO: IL PONTE DELLA FERRIERA DA LUIGI OBERTY A RITA SCISCIO
Viaggio nella storia dell’opera e considerazioni doverose nel giorno della sua “rinaugurazione”. Di Gerardo Troncone.
Il tanto atteso giorno dell’inaugurazione del glorioso antico Ponte della Ferriera, dopo non ricordiamo più neanche quanti lustri di lavori, è finalmente arrivato.
La grandiosa opera vide la luce agli inizi dell’Ottocento, apportando una radicale trasformazione della rete stradale cittadina orientata verso Salerno, prima incentrata intorno all’antica “via pubblica salernitana”, in ripida pendenza lungo il quartiere di Sant’Antonio Abate fino alla Valle del Rigatore (già Rio Maggiore, oggi Fenestrelle) e da lì, in salita attraverso il quartiere di San Leonardo verso Bellizzi e Contrada.
In rapporto alla situazione orografica e idrogeologica l’opera si presentava molto complessa: il ponte aveva una lunghezza di 80 metri, una larghezza di 8 di larghezza e un’altezza che nel punto massimo raggiungeva i 18 metri, ma l’ingegnere ligure Luigi Oberty, giunto nel Regno durante l’occupazione francese, non si scoraggiò.
L’opera fu approvata nel 1818 e non ebbe vita facile: i cittadini seguivano con trepidazione lo stato di avanzamento dei lavori, intervenendo a ogni minimo segnale di allarme, a ogni piccola crepa, col sindaco in prima fila. Spesso Oberty era costretto a fornire pubbliche spiegazioni e ampie giustificazioni del suo operato, a tecnici improvvisati, incompetenti, invidiosi. Arrivò a dire, con amarezza profonda, che era per lui sempre più insopportabile la “voce di pochi oziosi che ingombrano i Caffè e le Piazze, radunano congressi, fanno crollare ponti, senza che abbiano immagine come si sostengono”, minacciando di abbandonare i lavori.
Forte delle sue convinzioni e della sua competenza, tenne comunque la barra dritta nell’oceano di fango che si sollevava intorno a lui e portò a termine l’opera (qui si parla dell’intero ponte, dalle fondazioni agli impalcati superiori, non di decorazioni artistiche, ringhiere e luci), in soli due anni. Sì, solo due anni. E da allora il ponte è lì: non l’hanno neanche scalfito terremoti, alluvioni disastrose, bombe e il nemico peggiore: l’incuria dell’uomo
Luigi Oberty aveva un segreto, per meglio dire aveva intuito e approfondito un aspetto particolare del principale materiale da costruzione impiegato in città: il tufo. Non era un segreto vero e proprio, ne discuteva con tutti, senza remore e infingimenti. Altri, suoi “colleghi” e i tecnici da bar, gli opponevano derisione e sprezzo.
In realtà Oberty aveva constatato e sperimentato che i banchi tufacei presenti in tutto il sottosuolo cittadino, che oggi ben sappiamo essere stati originati dalle due grandi ignimbriti flegree di 35.000 e 40.000 anni fa (circa), avevano caratteristiche del tutto simili alla ben nota sabbia pozzolanica delle aree flegree. In pratica i blocchi di tufo, una volta macinati e ridotti alla granulometria della sabbia, poi impastati con la calce, conferiscono alla malta proprietà leganti del tutto simili a quelle del cemento moderno. Utilizzando poi la malta così “inventata” per collegare i blocchi di tufo del ponte, ne è venuta fuori un’opera quasi monolitica, associabile per qualità e possanza agli antichi ponti romani.
Per chiarezza, e prima che tecnici con le ali e telematici o semplicemente ciucci mi aggrediscano, preciso che questa al momento è una mia ipotesi, che sfido a confutare non al bar dell’angolo o qui su fb, ma in un’aula universitaria (non virtuale). Della stessa opinione è il grande Pippo Zagari, che ha studiato più e meglio di me l’argomento, rassegnando un quadro completo delle decine di cave di tufo in città e nell’Hinterland, destinate alla macinazione per ottenerne sabbia.
Vengo ora al punto, al cuore cioè di questa annotazione, che mai avrei speso tempo e a scrivere sol per occupare un po’ della già affollatissima scena di “mittinnanzi” che intravedo, o meglio presagisco, sulla scena. In sostanza quello che si inaugura oggi è solo il montaggio di una “carpenteria metallica in acciaio cor-ten”, destinata a un restayling della carreggiata stradale che sormonta il ponte, sapientemente disegnata dagli architetti Robero Bacci e Giandomenico Donato Inglese, verificata dal punto di vista strutturale dall’ing. Guido Ruggiero, con Direzione dei Lavori affidata all’arch. Antonio Verderosa, lavori condotti sotto la responsabilità del dirigente comunale arch. Anna Freda, lavori affidati alla ditta DI.GI. nel 2023 e portati a termini nel rispetto del cronoprogramma (salva qualche mia involontaria inesattezza, di cui mi scuso umilmente).
Veniamo ora al motivo di questa veloce annotazione, buttata giù nel momento stesso in cui si riapre al traffico l’arteria. Per dire subito, e senza tema di poter essere smentito, che se il ponte oggi è lì dov’è, integro e pronto a servire la città di Avellino per i prossimi mille anni, il merito esclusivo va attribuito a una sola persona, l’arch. Rita Sciscio. Per la cronaca ci ha lasciati il 14 febbraio 2025. Di ciò sento oggi l’onere e l’onore di poter rendere pubblica testimonianza, con ampio supporto di documenti oltre che di bellissimi e vividi ricordi.
Si era ai tempi della Giunta Ciampi, fate voi un po’ di conti sulle date. Rita era l’anima silenziosa, umile e pensante di quella Giunta: aveva tutte le deleghe tecniche: Lavori Pubblici, Urbanistica e non so a che altro. Ereditava un’infinità di cantieri aperti, malmessi e ricchi solo di problemi insoluti. Non so come, certamente sottraendo tempo alla famiglia e al lavoro, presente dalla mattina alla sera, riusciva a seguire tutto.
In quest’ambito, avendo alcuni piccoli incarichi professionali, ebbi l’onore, o meglio la fortuna, di incontrarla. Trovandoci quasi per caso a discutere del ponte, mi confidò che tutt’intorno a lei si levava una indistinta canea, del tutto trasversale da buona tradizione avellinese, che mormorava e straparlava sulla pericolosità del ponte, sul suo stato di abbandono, e concludeva con l’opportunità di abbatterlo, per sostituirlo con un moderno ponte, giusto per prolungare il tunnel-bancomat dall’altra parte del fiume.
Rita però aveva colto l’essenza statica del ponte, la sua stabilità assoluta, e di conseguenza non si lasciava trasportare dalle onde delle idiozie. Con l’umiltà che la contraddistingueva, ritenendomi (forse immeritatamente) un esperto di strutture murarie antiche, mi chiese un parere, che io mi impegnai a renderle per iscritto (e pro bono, come ho sempre ritenuto fare nell’ultimo mezzo secolo a fronte di cose di interesse comune).
Confesso che del ponte sapevo poco o nulla, e a stento sapevo chi fosse Oberty, che fra l’altro era il realizzatore di altri importantissimi edifici in città. Così procedetti a un rilievo minuzioso del ponte, cosa agevole con le tecniche moderne di laserscanner e quant’altro, e a un minuzioso esame di ogni singolo concio.
Con stupore constatai che, a parte qualche insignificante crepa dovuta più che altro a radici di vegetazione lasciata crescere per pura incuria, il ponte aveva una struttura perfetta, nell’insieme e in ogni singola parte. Proprio come Rita aveva intuito. Di ciò redassi una circostanziata relazione, gliela consegnai senza formalismi e Rita mi ripagò con un sorriso che vale ancor oggi più di ogni compenso. Da allora tenne duro a ogni voce, a ogni spinta, a ogni tiratina d’orecchie. E il ponte oggi è lì.
Oggi c’è un vento leggero che scende da Montevergine e attraversa il nostro meraviglioso Centro Storico. L’anima è certo in quel vento, in compagnia di coloro che si sono spesi, forse vanamente, per lasciare una città migliore ai propri figli e nipoti.

















