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BAIANESE / ANTICHI MESTIERI: L’ARTE DELLE “FUSCELLE”

Da un’intervista tratta da “Il Mattino” del 26 gennaio 2003 in Tradizioni e Storia a firma di Aldo Balestra e la collaborazione di Nicola Montanile.

L’economia della pastorizia, molto redditizia ad Avella, tanto che alcuni pastori si identificavano col detto “appartene ‘a pagliocca”, dava vita anche all’antica arte delle “Fuscelle”.
Infatti, nel paese di San Sebastiano, da mezzo secolo si preparavano i canestrini di legno per la ricotta ed alcune donne, brave e specializzate nel farli, ci spiegano quest’arte, detta anche Fascelle.

Alcune di queste donne, per la maggior parte del rione di S. Pietro, erano conosciutissime e, tra queste, bisogna ricordare, scusandoci se verrà omessa qualcuna, Domenica Sorriento ‘A scucchiula, famigerata incendiaria e assaltatrice del Comune di Avella nel 1917, la figlia Maria Grazia, nonché Pippinella ‘A tammorra, Elvira ‘A zoppa, Carmela ‘A lettricista, Rosaria Pecchia de ‘E Carruzzieri.

Da una intervista, apparsa su “Il Mattino” del 26 gennaio 2003, così ricorda e racconta questo mestiere una delle artefici.

L’indice sinistro di Maria Vitale, nipote della rivoluzionaria, è molto duro e deformato. E come potrebbe essere altrimenti, considerando che ha intrecciato fuscelle per quasi cinquant’anni? Questa donna di Avella, ogni santo giorno, prende ‘e unci, che arrivano da Sant’Anastasia, li tiene a bagno nell’acqua per ammorbidirli, poi comincia la “treccia”.
Avevo undici anni dice quando mia madre, Maria Grazia, mi avviò a quest’arte. Da allora ne ho preparate a migliaia. Ecco vede? Ora posso procedere anche ad occhi chiusi, la “strada” la conosco. S’inizia con la “croce”, che è il fondo della fuscella, poi si lavora…posso dirlo’, si lavora il “culo”, il fondo della fuscella, si chiude e poi si “sale”. Alla fine c’è la parte più bella, la treccia laterale. Io ne faccio di belle; chiedetelo in giro”.

Fuscelle, unci, treccia a croce, termini questi di un antico mestiere, che quì ad Avella sta scomparendo, anche se, negli anni duemila ha avuto un sussulto di vitalità (oggi è pressocché scomparsa), perché i caseifici e le case produttrice di derivati del latte richiedono le “fuscelle” e i canestrini di legno sottile per contenere le ricotte e il formaggio fresco. Ma, oramai, poche sono le mani che sanno lavorare ‘e “unci”, rametti lunghi di giunco che, a contatto con l’acqua, si ammorbidiscono e, opportunamente lavorati, prendono qualsiasi forma, quasi fossero di morbida plastica.
Ma quale morbida plasticas’inalbera Maria ‘A “scucchiula”, ovvero Maria Vitale, 59 anni la fuscella conserva la ricotta in modo diverso e le dà un sapore particolarissimo, speciale, che piace a tutti”.
Già, piace la ricotta paesana, se conservata in fuscella; fa pure “scena”. Ma non piace alle giovani avellane diventare “fuscellare”.

Ogni tantoriprende Mariauna delle mie nipoti, Rita o Teresa, che hanno 11 e 7 anni, mi chiedono di imparar loro quest’arte. Ma lo fanno per gioco. La realtà è che questo è un mestiere che va scomparendo. Che peccato!“.
Maria è nota, nel rione delle fuscellare, San Pietro, per l’omonima chiesa, e come tutti ad Avella ha un soprannome. Le donne della sua famiglia hanno l’appellativo di “‘a scucchiula”, forse perché l’antenata era solita “scucchiulare”, spaccare, cioè far uscire dal guscio le profumate nocciole avellane.
Ma riprendendo l’intervista. “Per ogni fuscella fatta guadagno 600 lire”. “In euro? “. “Aspettate che controllo con il convertitore, che io agli euro non mi sono ancora abituata. Trentuno centesimi, ecco prendo 31 centesimi per fuscella. Per farne una impiego un quarto d’ora, se mi metto di piglio buono una decina al giorno riesco a finirle. Voi dite che guadagno poco? Lo so, ma non mi interessa. Quello che guadagno è nù carìello che metto da parte per i nipoti. Io fuscellara sono diventata per passione e tradizione, mica per far soldi“.

Nella credenza Maria Vitale ha pronte oltre venti fuscelle, domani le consegnerà.
In passato ricorda ancora Mariasi facevano delle vere e proprie gare, a chi faceva la fuscella più bella, con la “merlatura” più delicata e particolare. Oggi siamo rimaste in poche, sono morte o sono anziane le fuscellare di Avella. Io andrò avanti fino a quando il Signore mi darà la forza“. Maria manco se ne accorge, ma parlando parlando, tempo dieci minuti, ha quasi concluso la fuscella “dimostrativa”, fatta apposta per noi, e l’aggiunge alle altre. Domani verranno i committenti a ritirarle. Un’ultima sciacquata e un’accurata asciugatura e fra una settimana potrà “ospitare” la ricottina di pecora che quì nel baianese, come nel casertano, è particolarmente buona.

Il sapore? Cambia, cambia, non c’è paragone rispetto alla plasticainsiste ancora Maria. Ricordatevene, quando dal salumiere dovrete scegliere tra una ricottina nell’asettico canestrino di plastica bianca o nella particolarissima fuscella scura. Chissà, forse il canestrino è proprio opera di Maria,” ‘a scucchiula“.
Dall’intervista si evince cheOggi le fuscellare sono una razza in via d’estinzione, in un paese dove storia e tradizioni si intrecciano, è il caso di dirlo sottolinea Nicola Montanile da sempre. Qui, lunghe le acque del fiume Clanio, oggi ingabbiato dal cemento, in un paese con un anfiteatro e un acquedotto romano, si sono sviluppati e tramandati mestieri in cui le mani, le capacità di con la mani, erano indispensabili, come quello ”d‘o canaparo” per la coltivazione della canapa.
Ecco, oggi Avella, guarda nostalgicamente, alle sue tradizioni, ai riti e ai mestieri, ma sa bene che questo patrimonio è rimasto nelle mani di pochi. Quelle di Maria “‘a scucchiula”, allora, sono fra queste“.

Ad Avella si dice ancora che se esce San Sebastiano non si lavora, ma soprattutto non si intrecciano ‘e unci e, quindi, si deve iniziare ad uscire “chianu” e moderatamente.

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