
Greta, le cimici e l’umanità in prigione
Dal Post di Domenico Montanaro del 5.10.25.
C’è qualcosa di irresistibilmente simbolico nel destino di Greta Thunberg, finita in una cella israeliana infestata da cimici. Lei che da anni ci ammonisce sui disastri del pianeta, ora ne sperimenta in scala ridotta la versione domestica: un ecosistema degradato, popolato di creature ostinate, difficile da bonificare. Un laboratorio perfetto, se non fosse un carcere.
È curioso come la storia, quando vuole, sappia scrivere con mano beffarda. La ragazza che sfidò i potenti del mondo per salvare la Terra, oggi è accusata di “provocazione” perché tenta di salvare delle vite. Il linguaggio della forza è sempre lo stesso: chi porta acqua è pericoloso, chi blocca il mare è prudente. Chi tende la mano è una minaccia. Chi alza il muro è un difensore della civiltà.
Le notizie che filtrano – le cimici, il cibo scarso, l’umiliazione di essere trascinata per i capelli o costretta a posare con bandiere – sembrano dettagli di un romanzo distopico. Solo che non è fantascienza: è burocrazia armata. È la nuova lingua del potere, che trasforma il gesto umanitario in reato, e la compassione in sabotaggio. Greta non è più la ragazzina del “How dare you?”.
È diventata, suo malgrado, il personaggio di una parabola contemporanea: quella in cui la coscienza è sempre “fuori posto”. E in un mondo che tollera tutto tranne la coerenza, essere Greta Thunberg è forse il più sovversivo degli atti. Perché in fondo, le cimici del Negev non sono altro che la metafora perfetta del nostro tempo: minuscole, invisibili, sopravvivono a tutto.
Anche quando la vittima di turno viene liberata. Come sembra sia successo, ancora una volta, a Greta.
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