ANGOLO OPINIONIECONOMIA

RIFLESSIONI SUI MUTAMENTI SOCIALI CAUSATI DALLA PANDEMIA

L’osservatorio di Carmine Magnotti.

Da un po’ di tempo circola l’ipotesi di relegare in casa gli anziani e lasciare che gli altri i giovani vivano la vita di sempre senza più smart working e con i bar cinema, ristoranti e teatri.

Tutto questo si dice per tutelare gli anziani che sono l’anello debole della società. Ma si intravede dietro lo scopo sbandierato la volontà di alleggerire la sanità pubblica devastata da tagli e scandali e di tornare alla normale attività lavorativa, togliendo di mezzo le persone fragili e statisticamente più a rischio.

Isolare le persone anziane, abbandonarle a carico di altri senza un accompagnamento della famiglia significa condannarle ad una morte precoce.

Viviamo in un tempo di insicurezza e di paura della morte perché improvvisamento e ci siamo ritrovati fragili a navigare sulla stessa barca nel mare della pandemia. Davanti ai nostri occhi Increduli di tanto dolore, scorrono ancora le immagini dei camion militari carichi di bare di persone a volte morte nell’anonimato. Quelle bare nella notte di Bergamo sono state un pugno nello stomaco per tutti.

Il Covid ha fatto saltare sicurezze accumulate  in decenni di benessere e tranquillità, facendoci precipitare in una depressione economica, sociale e anche psicologica perché  è  aumentato il consumo di ansiolitici. La convinzione, supportata dal progresso continuo della scienza e della tecnologia, di poter aspirare ad un potere illimitato è  stata ribaltata dalla comparsa inattesa del virus che ci ha fatto riscoprire la nostra fragilità  e il bisogno di essere comunità rinunziando al nostro individualismo sprezzante. Dal dopoguerra ad oggi il mondo occidentale ha costruito un welfare rassicurante e vissuto uno sviluppo economico impetuoso.

Esso ha comportato, però, l’inquinamento e la distruzione della biodiversità di diverse regioni concause dell’attuale pandemia. Abbiamo coltivato l’Illusione che il nostro stile di vita orientato a consumare esperienze ed emozioni oltre che i beni materiali sarebbe durato a lungo.

Trovarsi chiusi in casa è apparso soprattutto ai giovani, un insostenibile sacrificio, come se i giovani dovessero essere esentati da ogni sacrificio o rinuncia. Le nuove generazioni, purtroppo, sono cresciute in una società il cui tratto fondamentale è la divinizzazione dell’individuo e dei suoi diritti a scapito del bene comune. Bisogna necessariamente insegnare ai giovani che si può ricavare gioia anche dalla rinuncia e dal bene agli altri.

Il primo lockdown è stato accettato con buonumore che si esprimeva con canti e suoni dai balconi dei condomini perché ci hanno fatto credere che il virus era in via di esaurimento. Nel secondo lokdawn i cittadini si sono ritrovati paurosi per il futuro incerto e rabbiosi. Nelle piazze e nelle strade è montata la protesta violenta di chi ha visto naufragare un progetto di vita perché ha perso il lavoro o è stato costretto chiudere un’attività senza garanzie per il futuro.

Il governo, oltre a elargire sussidi a pioggia per dare sostegno all’economia e far ripartire i consumi, dovrebbe non dare l’illusione che tutto tornerà come prima, perché, anche dopo il vaccino, non possiamo tornare al mondo di ieri e ai suoi stili di vita stressanti e ad un consumismo sfrenato ma alimentare nei cittadini spauriti, un‘idea di futuro disegnando quale posto avrà il lavoro, l’ambiente e la formazione nella società che nascerà dalla crisi terribile della pandemia.

Il Covid ha condizionato anche la nostra vita affettiva e relazionale. L’obbligo del distaccamento sociale e le mascherine impediscono di manifestare alle persone care il nostro affetto in modo tangibile con baci, abbracci e carezze di cui sentiamo terribilmente la mancanza. Anche dal male può scaturire il bene.

Durante la pandemia molte persone hanno risposto in vario alle necessità dei più danneggiati, elargendo somme di denaro, donando viveri o semplicemente   impegnando il tempo libero. Si pensi ai volontari della Caritas che hanno distribuito pacchi di viveri ai poveri, anche ad un numero sempre crescente di impoveriti, anche italiani, dalla pandemia. Si pensi ai tanti medici e infermieri che svolgono il loro lavoro professionale, che in questo tempo si carica di più responsabilità, di fatiche e di incombenze, assistendo con abnegazione i malati e talvolta confortandoli fino alla morte sostituendosi così ai congiunti. Essi sono i samaritani del nostro tempo a cui va ogni merito e riconoscenza.

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