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LA VIOLENZA DEI GIOVANI E LA VIOLENZA DEI PARVENUE DELLA POLITICA ITALIANA: C’È UN FILO CHE LEGA QUESTI DUE MONDI?

Riflessioni di Antonio Caccavale.

Viviamo tempi in cui la violenza, nelle sue varie forme, induce a chiederci se c’è un filo, per quanto improprio ed invisibile esso possa essere, che lega la furia omicida di cui si rendono spesso protagonisti alcuni giovani e giovanissimi dei giorni nostri e il furore con cui un consistente numero di uomini e donne della politica italiana si scaglia contro le istituzioni che essi per primi dovrebbero rispettare, come sta accadendo ogniqualvolta un magistrato, nella doverosa osservanza delle leggi vigenti, emette una sentenza sgradita a chi sta al governo. 

Più precisamente, bisognerebbe che, un po’ tutti, ci chiedessimo che cosa hanno in comune quei giovani che non sanno fare a meno di portare con sé un’arma e utilizzarla alla prima occasione che si presenti loro (per reagire ad una presunta, imperdonabile offesa ricevuta oppure, per allontanare la noia e/o per divertirsi a scegliere come bersaglio persone deboli e inermi), e quei tanti parvenu (dal dizionario “De Mauro”: persone che si sono elevate a un livello economico e sociale superiore senza avere però acquisito i modi adeguati al nuovo stato), piuttosto rozzi e ignoranti, della politica nazionale che, un giorno si e l’altro pure, mostrano quanto odio irrazionale nutrono per chiunque la pensi diversamente da loro e con quale infimo livello culturale e morale sono capaci di inveire nei confronti di chi si limita a rendere vivi e veri i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale e le norme contenute nelle leggi della nostra Repubblica parlamentare. 

Verrebbe da dire che, in entrambi i casi, si tratta di individui che sanno obbedire solo agli impulsi primordiali della specie umana. Impulsi che, non opportunamente filtrati da quelle regole e da quei limiti che si apprendono nel contesto familiare prima e nei rapporti col mondo esterno poi, finiscono col provocare una sostanziale incapacità di esercitare un controllo costante e concreto su se stessi, sancendo il trionfo dell’Es freudiano sull’Io e sul Super Io del padre della psicoanalisi. 

Ma se il dilagante fenomeno dei giovani che, oggi, arrivano a macchiarsi di gravissimi delitti è riconducibile ad una insufficiente o del tutto inesistente educazione ricevuta nel contesto familiare e alla conseguente problematicità sviluppata nei rapporti con gli altri, un discorso ben diverso va fatto per certi parvenu della politica che dimostrano di non essere adeguatamente attrezzati dal punto di vista culturale e di non aver acquisito la consapevolezza di essere tenuti a comportarsi in maniera degna del ruolo pubblico ed istituzionale che ricoprono.

Quali sono i motivi per i quali questa particolare categoria di individui non sa tenere a freno gli impulsi primordiali di cui è impregnato il loro modo di stare al mondo?

La deriva rappresentata dalla mancanza di rispetto nei confronti degli avversari e dalla capacità molto scarsa o, addirittura, nulla di prestarsi a praticare una ordinaria e sana dialettica è, sicuramente, dovuta, in misura non trascurabile, all’arrivo, sul proscenio politico nazionale, di un numero notevole di eletti che si sono nutriti e, tuttora, si nutrono esclusivamente di una fede ideologica chiusa ad ogni possibilità di un libero, e possibilmente costruttivo, confronto con chi è portatore di idee diverse dalle proprie. 

A questa particolare tipologia di uomini e donne delle istituzioni risultano indigeste perfino norme giuridiche e principi costituzionali che fanno dell’Italia uno dei Paesi più civili al mondo.   

Nell’ultimo quindicennio il panorama politico italiano odierno è andato caratterizzandosi per la presenza, nelle aule parlamentari e nei consessi regionali, provinciali e comunali di un notevole numero di uomini e donne che danno, spesso, l’impressione di scoprire l’esistenza di certe leggi e di certi principi consolidati da decenni di vita democratica del nostro Paese, solo nel momento in cui vorrebbero introdurre, nella nostra legislazione, talune norme di stampo propagandistico e autoritario incompatibili col diritto nazionale e internazionale. 

Chiusi nelle loro ideologie, fatte spesso di dogmi asineschi e antistorici, si rifiutano di riconoscere nell’altro l’interlocutore utile e necessario a trarli fuori da una concezione primitiva del fare politica, una concezione che nulla ha a che vedere con le democrazie moderne, scaturite dall’affermarsi, nel corso dei secoli, di valori e di principi irrinunciabili, quali sono la separazione dei poteri e la dignità e l’uguaglianza di tutti i cittadini. 

Particolarmente grave, poi, è la presenza, nel nostro panorama politico, della categoria di quelli che potremmo definire “campioni di un passatismo nostalgico legato a forme di governo autoritarie”, come quello che ci è costato una ventennale e tragica dittatura. 

Né possiamo sottovalutare i danni che potrebbero provocare coloro che, in nome di un federalismo che vorrebbero realizzare, sostanzialmente, a vantaggio delle Regioni del nord, stanno tentando di compromettere seriamente quella Unità nazionale per la quale la parte preponderante di una nazione è soggetta alla sovranità di un unico Stato e non da ogni singola Regione. 

Per combattere efficacemente queste forme di devianza politica è necessario che la società civile, quella che non intende consentire che l’Italia venga riportata indietro o venga ridotta ad una sorta di spezzatino, si mobiliti ed eserciti ogni forma di pressione per allontanare il rischio che la nostra nazione entri a far parte della lista dei Paesi molto poco affidabili sul piano della democrazia e dei diritti.

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