
Avella /Appunti per la Storia: Stralci sul Brigantaggio post-unitario nel territorio avellano-baianese
Sull’uccisione del brigante Costanzo Maio di Castel Poto nella “campagna di Cavolicella” e su alcuni “attori” dell’epoca.
Nicola Montanile – Il brigantaggio nel comprensorio avellano – baianese ha avuto come protagonisti locali ad Avella i fratelli Del Mastro, di cui uno veniva denominato ” ‘O Zappatore“; a Baiano il Picciocchi, mentre a Mugnano del Cardinale Angelo Bianco, detto “Turri, Turri“, che era considerato il più violento. Questi malandrini furono anche aiutati da cittadini locali e, nei documenti, si fa cenno agli arresti di alcune persone per favoreggiamento, la maggior parte dei quali erano di Avella; ma non viene menzionato, tra questi, un certo don Nicola D’Avanzo, che favorì i germani La Gala. Per parlare dell’argomento, ci rifacciamo al romanzo storico del prof. Antonio Caccavale “Nel nome dell’Onnipotente Uno e Trino“, interessantissimo testo che tratta il fenomeno banditesco del periodo su indicato, delineandolo perfettamente.
Intanto, per approfondire riprendiamo dal “Liber VII Mortuorum” della Parrocchia di Santa Marina – Collegiata di S. Giovanni Battista de’ Fustiganti la registrazione di morte del brigante in questione, fatta dal parroco pro tempore: “Addì ventinove del mese di Luglio 18sessanta – D. Costanzo Majo del Comune di Castel=Poto, Arcidiocesi di Benevento, Provincia di Avellino, Principato Ulteriore, di anni trentaquattro in circa figlio dei coniugi D. Pietro, e D. Rosa Luisi, nubile – Non munito de’ Santi Sacramenti, perché da latitante morì ammazzato nella Campagna di Cavolicella di questo Com.e di Avella, il di lui cadavere fu sepolto nel Cimitero del Come Sudo = Francesco Can. Gragnani“. Il personaggio, in questione, era un condannato alla pena di 18 anni di ferri, scappato dal bagno penale di Castellammare, che terrorizzava le popolazioni e a Squigliano, piccola frazione del Comune di Basciarana, uccise un uomo, marito di una certa donna, Matilde Rossi, la quale, con suo fratello, si unì, non si sa se per volontà sua o per violenza, alla banda.
Nella notte del 22 luglio, la comitiva veniva ospitata sulle montagne avellane, in località “Caulicella“, da “Don Nicola (D’Avanzo), che aveva da poco passata la quarantina, era sempre stata una persona fidata di Cipriano La Gala, a cui si era piegato molti anni prima, non facendogli mai mancare il suo sostegno materiale e ogni altra utile collaborazione. Questa interessata complicità gli aveva fatto meritare l’immunità da ogni azione estorsiva e da qualunque altro atto ostile nei suoi confronti. Quando Cipriano la Gala fu incarcerato, don Nicola si premurò di rimanere in contatto con Saverio Barone e continuò ad assicurare il suo prezioso apporto e a rifornire la numerosa e famigerata comitiva del brigante nolano di tutto ciò che gli veniva chiesto. La stessa complicità e gli stessi servigi don Nicola D’Avanzo volle personalmente assicurarli a Costanzo Majo“. Così, il nostro scrittore, il prof. Caccavale, evidenzia i buoni rapporti intercorrenti tra il malandrino ed il suo favoreggiatore che, nel suo libro, continua nel mettere in risalto, altresì, il suo aspetto fisico e la sua moralità, asserendo: “In paese tutti erano a conoscenza dei buoni rapporti che Don Nicola aveva intrattenuto con i malandrini, tanto che molti sostenevano che, se invece con la marsina, col panciotto e col cappello, ch’egli amava indossare spesso per ostentare al pubblico la sua invidiabile eleganza, se ne fosse andato in giro indossando un copricapo a punta, una mantella e un fucile, avrebbe reso molto più verace la sua indole bieca, rispetto a quella che si illudeva di lasciar trasparire attraverso quel fine ed ipocrita abbigliamento. Non erano pochi i contadini che avevano dovuto subire le angherie di Don Nicola, alla cui spietata prepotenza avevano dovuto sottostare anche alcuni piccoli proprietari che, per evitare di subire le aggressioni che, altrimenti lui stesso avrebbe provveduto ad organizzare a loro danno, avevano preferito cedergli talune proprietà al prezzo che, di volta in volta, avrebbe loro imposto”.
E ancora:”Viveva, in concubinato, con un certa Agnese, che lui, aveva fatto sposare, con un giovane, oggigiorno, definito, diversamente abile e, quando donna Matilde le chiese come mai stesse con tale energumeno, per risposta si senti dire “Don Nicola aiuta la mia famiglia e la mia famiglia è sempre pronta ad ubbidire lui”. All’ assurda e rassegnata affermazione la donna comprese, amaramente, che la sua famiglia non era diversa da quella che “…si fanno una minestra di erbe selvatiche, che spesso è senza sale. Durante l’inverno cascan di fame, cercano un tomolo di grano al proprietario e l’otteggono a patto di restituirglielo due o due e mezzo al tempo della raccolta, ed a patto di dargli a godere la moglie o la figliuola. E così, mentre il contadino vende l’onore per pane, la nazione tutta diventa stupida e feroce…”.
Il parassita, sfruttatore, nonché delinquente, era, tra l’altro, molto ricco e lo si apprende, quando agli ospiti mostrò la stanza in cui si trovava la sua immensa ricchezza: “…era protetta da una pesante porta di ferro e, attraverso un’angusta finestrella circolare ostruita da due robuste grate sovrapposte, vi penetrava un sottile fascio di luce…aveva portato con sé un lume ad olio e lo accese per rischiarare l’ambiente e gli oggetti che vi erano custoditi…”. Dal materiale che viene furori ci si rende conto che, oltretutto, il nostro personaggio era un tombarolo o ricettatore, perché “A ridosso di una parete erano ammassati piccoli contenitori di vetri ed alcuni tipi di terracotta; su una scansia c’erano delle anfore di epoca romana con eleganti raffigurazioni di donne e di guerrieri e vasellame di varia forma e grandezza; alla base della parete opposta c’era l’affusto di un cannone e, a fianco a questo, appeso ad una piccola scala a pioli, era sistemato il costume quasi completo di un soldato romano fatto di corazza di pelle, due polsiere in cuoio rifinite con borchie e lacci, un paio di calzari, un elmo di metallo e un gladio…..una ricca collezione di fibule, di spilloni, di pendagli e di anelli d’oro e di argento che dovevano essere appartenuti a un importante matrona romana. Accanto alla cristalliera, poggiata su un tavolino di legno, c’era la testa con l’aureola di un santo e accanto una scimitarra con una lama molto affilata...”.
Era un rifugio tranquillo, ma ci fu un inaspettato epilogo. Infatti, ai primi albori, si sentirono due spari che attirarono l’attenzione dell’ospitante, il quale subito corse, nella stanza degli ospiti e quì si presentò una scena agghiacciante: il corpo del Majo in una pozza di sangue, mentre donna Matilde, con il fucile ancora fumante, ordinò a Don Nicola di recidere la testa dell’ucciso e questi minacciato “…fu costretto a scendere al piano terraneo, ad aprire la stanza del tesoro, a prendere quella scimitarra affilata e a dimostrarne l’efficacia nell’esecuzione…“.
Donna Matilde e suo fratello Alfonso, avvolta la testa in un panno, decisero di portarla all’Intendente di Avellino; don Nicola, invece, la fece franca, dicendo che era stato costretto ad ospitarli, perché minacciato. … ma per sapere altri particolari , bisogna consultare il minuzioso, preciso e documentato rimandiamo al lavoro del Caccavale.

















