
Parco Archeologico dell’Appia Antica: Presentazione del libro “Ladri di antichità”
Nell’occasione visita guidata agli scavi della Villa degli Anicii e Basilica di S. Stefano.
Sabato 9 marzo, alle ore 10.00, alle Tombe della Via Latina, si parlerà dei danni irreparabili causati da tombaroli e dai trafficanti di antichità con la presentazione del libro “Ladri di antichità”, a cura di Simona Modeo e Serena Raffiotta.
Hanno contribuito alla pubblicazione archeologi, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni che hanno lottato contro questo fenomeno.
Dopo i saluti del direttore Simone Quilici e del responsabile del sito Santino Alessandro Cugno, le curatrici del volume dialogheranno con Fabio Isman, giornalista e scrittore, e con Serena Epifani, archeologa e giornalista.
Il volume raccoglie i contributi di archeologi, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle Istituzioni che, a vario titolo, in passato e di recente, hanno operato al fine di contrastare il traffico clandestino di testimonianze culturali, rubate o scavate illecitamente per arricchire musei e collezioni private di tutto il mondo. In questo contesto, si vuole focalizzare l’attenzione sui danni gravi e irreparabili causati dall’azione devastante dei tombaroli e dei trafficanti di antichità. Contrastare questo fenomeno, che da secoli danneggia la nostra ricchissima terra, equivale a salvaguardare in eterno la nostra storia e le nostre radici.
A seguire, è programmata la visita guidata negli scavi della Villa degli Anicii e Basilica di S. Stefano. Evento gratuito su prenotazione, maggiori informazioni: https://fb.me/e/3uzHuNQZH
La villa di Demetriade
L’area alle spalle del sepolcro dei Pancrazi era occupata da una ricca e vasta villa (nella quale fu costruita successivamente la basilica di S. Stefano), che sembra sia stata costruita all’inizio del II sec. d.C. dalla famiglia dei Valeri Paullini.
Essa doveva essere assai ricca. Ci sono, poi, degli indizi che questa villa sia finita nel demanio imperiale per opera dell’imperatore Commodo, con una vicenda simile a quella subita dalla villa dei Quintili sulla via Appia.
Il complesso, che in questo punto si affacciava sulla via Latina, aveva l’entrata principale all’altezza del sepolcro Barberini; da lì infatti, guardando fuori del recinto del Parco in direzione di via Tuscolana, si vede un grosso rudere, che costituiva l’ingresso apposta per chi veniva da Roma. Il monumento aveva la forma di un’esedra, cioè di uno spazio semicircolare (probabilmente coperto) delimitato da un muro.
Accanto al sepolcro dei Calpurnii vi era, invece, l’ingresso secondario, che immetteva in un grande cortile, grosso modo come lo spiazzo a trapezio allungato che separa la basilica di S. Stefano dalla cancellata che chiude il parco.
Il cortile era circondato da un lungo portico, che consentiva di arrivare al peristilio (cioè il cortile circondato da colonne che era al centro della villa, e nel quale sorse poi la basilica di S. Stefano) comodamente anche quando pioveva o c’era troppo sole. Lì era la facciata della villa, con ai lati i magazzini in cui si tenevano i depositi di grano, i carri o altro. Il muro perimetrale del cortile, messo per sbieco, è ancora visibile dietro il sepolcro dei Pancrazi.
La villa vera e propria si estendeva ben oltre il confine del parco, ma nel 1964 è andata distrutta per i due terzi per la costruzione dei campi sportivi. Il poco rimasto è stato sepolto per proteggerlo meglio, per cui l’unica cosa visibile sono i resti della basilica di S. Stefano.
La basilica di S. Stefano
In età costantiniana la villa sembra sia passata dal demanio imperiale alla famiglia degli Anicii, e nel V sec. d.C., al tempo di papa Leone I (440 – 461) detto “Magno” per aver fermato Attila, ne era proprietaria una nobildonna romana di nome Demetriade. Questa donna, consacrandosi a Dio, trasformò la propria casa in una basilica, coprendo con un tetto il peristilio e consacrandolo come chiesa.
Della basilica (oggi chiusa da un muro moderno) restano tratti dei muri e alcune colonne, dalle quali si deduce che l’impianto era a tre navate.
Tenendo presenti le dimensioni della basilica possiamo renderci conto della grandezza della villa; al posto della basilica c’erano il giardino, le statue, le fontanelle, le aiuole fiorite, e il colonnato tutto attorno; sul cortile si affacciavano le stanze, e in particolare in fondo il triclinio (la camera da pranzo) e le camere da letto, mentre ai lati dovevano esserci i bagni e le cucine. Nei secoli successivi la villa crollò, mentre la basilica rimase in attività fino addirittura al ‘200; dopodiché, sperduta com’era nella campagna e senza la protezione della villa, cadde in disuso, e dal XIV secolo se ne persero le tracce fino alla riscoperta del Fortunati.
La basilica era dedicata a S. Stefano protomartire, le cui reliquie furono trasportate qui dalla stessa Demetriade; esse dovevano essere conservate nella “Confessione”, cioè il vano sotto l’altare (ora coperto dalla tettoia di plastica ondulata) sul quale i fedeli si inginocchiavano in venerazione; dietro l’altare si vede l’abside in opera listata. L’opera listata, in uso saltuariamente (e per di più associata quasi sempre al laterizio) sin dall’età di Adriano, diventa all’inizio del IV sec. d.C. la tecnica tipica di costruzione; il paramento è costituito da fasce di mattoni alternate con parallelepipedi di tufo, disposti in fasce orizzontali.
In fondo alla navata destra, in corrispondenza di una porticina, c’è il Battistero, una piccola piscina a forma di quadrifoglio scavata nel terreno, nella quale si scendeva per mezzo di una scaletta; gli antichi cristiani infatti erano battezzati per immersione. Qui furono ritrovate numerose sculture, oggi esposte ai Musei Vaticani, e anche una lastra di marmo, a profilo ricurvo, con una discussa epigrafe altomedievale.
La lastra, che forse apparteneva ad un ambone, fu ritrovata nel XIX secolo e oggi è conservata nella sala IV del Museo Nazionale dell’Alto Medioevo. L’epigrafe è incisa dall’alto verso il basso, tuttavia lo spazio limitato a disposizione ha costretto l’incisore a mandare a capo le parole in modo disordinato, a usare molte abbreviazioni e ad affollare di lettere la parte finale dell’epigrafe dove lo spazio disponibile stava ormai finendo; questo ha portato ad interpretare l’epigrafe come se si riferisse ad una campana dedicata a S. Stefano da un pastore (gregarius) locale, ma l’interpretazione appare poco plausibile.
Nell’epigrafe si legge la seguente iscrizione:
[…] S(AN)[CTI] STEPHANI PRIMI«S» MARTIRI(S) EGO LVPO GRIGARIVS
[D]E CANAPA EXPENSIS MEI(S) FECI TEMP(ORIBUS) D(OMINI) N(OSTRI) SERGII TER BEA(TI)SSIM(I) ET COANGELICO IVNIORIS PAP(A)E
La menzione del pontificato di papa Sergio II (844-847) assegna con certezza l’epigrafe alla metà del IX secolo. La dedica è compiuta da un certo Lupo, che doveva essere il soldato magazziniere (GRIGARIVS dovrebbe essere inteso come miles gregarius) di un deposito (de canapa) militare situato presso la basilica di S. Stefano protomartire, quindi probabilmente nella zona del vicino Campo Barbarico.

















