EDITORIALEOPINIONIPOLITICA E AMBIENTE

La democrazia della bellezza e… l’agricoltura

La bellezza, la cura del territorio, l’amore per i luoghi in cui si vive, non sono pratiche che si possono realizzare attraverso innesti, ma sono percorsi educativi e democratici.

Pellegrino Palmieri – ” È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore“. Sono di Peppino Impastato queste parole.

E si riferiva alle speculazioni edilizie in Sicilia. Allo scempio perpetrato per anni a danno del territorio e dei siciliani, in una regione in cui la bellezza era di casa. Un connotato naturale. Un regalo della natura. Uno scempio figlio di due genitori: La criminalità e l’ignoranza.

E mai si è posta attenzione alla bellezza in agricoltura, dando per scontato che questa attività umana che meno viviamo come invasiva o pericolosa per l’ambiente, che più sentiamo vicina ad un sistema armonico, appartenendo da sempre alla storia dell’uomo, non potesse diventare o essere stata essa stessa fonte di bruttezza, di disordine, di poca cura del circostante.

L’aspetto curato di un fondo agricolo, l’attenzione per l’equilibrio architettonico di un centro abitato, la bellezza complessiva di un territorio sono, probabilmente da sempre, sinonimo di una sensibilità che deriva da una profonda cultura.

Non è una questione economica, di ricchezza, di possibilità, ma di consapevolezza: una comunità che cura e valorizza i luoghi in cui vive è una comunità educata alla bellezza. Il progresso culturale nel senso di una maggiore e nuova sensibilità verso l’ambiente, si realizza quando tutti gli elementi che lo compongono diventano patrimonio collettivo e non solo il tratto distintivo di una ristretta élite.

Per anni ci siamo illusi, sbagliando, che applicare sui nostri territori pratiche viste in altri luoghi potesse, di per se, rappresentare una soluzione per colmare i vari gap che contraddistinguono alcune regioni del Sud.

La bellezza, la cura del territorio, l’amore per i luoghi in cui si vive, non sono pratiche che si possono realizzare attraverso innesti, ma sono percorsi educativi e democratici. Si cambia solo se cambia la comunità nel suo complesso.

Quando vengono attivati processi di tutela e valorizzazione territoriale – associativi o politici che siano cambia poco – senza immaginare un coinvolgimento trasversale di tutte le componenti della società, tali processi si riducono, quasi sempre, a strumenti di potere in mano a pochi addetti ai lavori, risultando, in linea generale, controproducenti perché generano sfiducia e minano le reali speranze di cambiamento.

La salvaguardia del suolo, la difesa del paesaggio, sono questioni politiche serie, che necessitano di un lavoro sociale impegnativo e non possono ridursi a semplici frasi da scrivere nei menu di un ristorante gourmet. Oggi, diversi addetti ai lavori del mondo del food parlano di Km zero, di biologico, di residuo zero, mutuando, spesso, senza cognizione di causa, dalla filosofia slow food, una serie di termini che stanno molto a cuore ad una determinata fascia di consumatori.

Ma, alla semplice domanda: Chi è Carlin Petrini? rispondono con sguardi smarriti. Questo per non parlare della biografia e del pensiero politico che Petrini, insieme anche ad altri leader mondiali, rappresenta ben oltre i confini della stessa organizzazione da lui fondata.

Si potrebbe dire: l’idea si è sganciata dall’immagine di chi l’ha pensata, diventando patrimonio di tutti, per cui non sappiamo bene una cosa da chi è stata detta, ma il concetto è passato e si applica.

Eppure non è proprio così. L’idea è stata in gran parte spogliata dai riferimenti politici originari e trasformata in un’offerta commerciale rivolta ad un pubblico colto, economicamente benestante, che in un’ottica individualista volta a cogliere gli aspetti edonistici del cibo, spende e compra prodotti non accessibili a tutti.

I ristoranti gourmet con i famosi chef e i loro magnifici orti sono, senza dubbio, importanti, le micro aziende con i prodotti di eccellenza pure, ma il cambiamento non avviene sommando i cambiamenti di ogni singolo individuo.

Si va avanti se si costruisce un percorso aperto a tutti gli attori, partendo dalla scuola, attraversando tutta la società e manifestandosi attraverso una trasformazione di ciò che appare ai nostri occhi: il paesaggio.

E questo deve necessariamente riguardare anche le attività agricole di un territorio. Che se non si trasformano in sistema agricolo territoriale, finiscono per essere delle monadi che nessun miglioramento apportano alla collettività, in termini ambientalisti ed economici. E in termini di bellezza intesa come armonia, incanto, scelta consapevole.

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