ECONOMIAECONOMIA E FINANZA

Sulla tenuta dei conti pubblici, piomba la minaccia inflazione

Ad agosto record del debito pubblico e aumento maggiore degli ultimi 8 anni per la perdita di valore. I possibili scenari futuri

Servizio di Antonio Napolitano

Chi ha incastrato lo spread? Parafrasando la celebre opera di Robert Zemeckis, mi sono chiesto quante persone, non del settore, abbiano dato un’occhiata allo spread negli ultimi periodi.

Accalcati ogni giorno a leggere cifre, di morte e terrore, purtroppo, abbiamo un po’ perso di vista quello che per lunghi anni è stato il “termometro” della situazione economica italiana. Un termometro che oggi regala cifre tranquillizzanti, cifre che sembrerebbero certificare uno stato di salute eccellente della sostenibilità del debito italiano. Ma è davvero così? Ovviamente, no.

Ed allora cosa è cambiato, cosa ha portato i nostri bond ad essere emessi ad un tasso quasi negativo rispetto al 2018 quando invece sfiorava il 3% o il 6% che determinò la nascita del governo Monti nel 2011.

E’ cambiato tutto, o niente. Nel senso che le riforme richieste ed applicate di sudore e sangue, che avrebbero dovuto contribuire ad abbassare il debito pubblico, quantomeno in termini di percentuale sul prodotto Interno Lordo, hanno generato risultati solo accennati, vanificati prima dalla scarsa crescita e successivamente dall’evento pandemico. Ma a questa eventualità la Banca Centrale Europea aveva sopperito regalando “tempo” ai governi, immettendo liquidità sui mercati (con strumenti come il Quantitative Easing) ed abbassando artificiosamente i tassi di interesse sui bond sovrani, anche in risposta alle distorsioni del mercato speculativo sugli stessi. Quello che ha sparigliato le carte in tavola, evidentemente, è stata la pandemia.

Saltati gli obblighi di bilancio, i governi hanno a loro volta immesso liquidità sul mercato reale per sostenere le categorie maggiormente colpite. Un sostegno necessario che è “primo soccorso” che mira a tenere in vita il ferito, con una minore attenzione alle conseguenze di medio-lungo periodo. Conseguenze con le quali, però, bisogna relazionarsi. In questi giorni, per la prima volta nella storia dei mercati europei, i bond sui debiti sovrani Junk, cioè con un Investment Grade considerato “spazzatura”, hanno un tasso di rendimento inferiore all’inflazione. Questo per due motivi. La grande liquidità immessa dalla Banca Centrale (che si annuncia in lieve calo nei prossimi mesi) che determina tassi di interesse “drogati” e quindi eccezionalmente bassi per i “Junk Bond” ed una propensione alla crescita, sostenuta, dell’inflazione. Quest’ultima, infatti, rappresenta la minaccia più temibile del prossimo futuro per la stabilità dei conti e del debito pubblico.

Perché all’euforia determinata dalla ripresa dell’economia post pandemia, una ripresa determinata più dalla fiducia che da reali condizioni migliorate, la forte richiesta di beni e servizi può determinare un forte aumento dell’inflazione che determinerebbe un minor potere di acquisto, ma cosa più preoccupante un effetto tutto da verificare sulle politiche della Banca centrale. Si tratta di un’eventualità che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere temporanea e non lunghissima, almeno fino a che all’aumento della domanda non si riallinei un aumento dell’offerta. Partendo dal presupposto che oggi le politiche della BCE inerenti i tassi di interesse non hanno più l’effetto sperato, una corsa dell’inflazione avrebbe diverse conseguenze. La prima, quella positiva, è relativa ad un debito pubblico che diverrebbe più sostenibile in valore assoluto. Se è vero che le nuove emissioni di titoli di stato verrebbero adattate ai tassi attuali, per il debito più vetusto, l’adeguamento ai valori attuali consentirebbe di ridurre in maniera importante il rapporto con il PIL.

Il vero problema, però, sarebbe rappresentato dalla frenata, necessaria, che il programma di immissione di liquidità sul mercato da parte della BCE dovrebbe subire ed il conseguente aumento dei tassi. Con l’inflazione troppo alta il QE dovrebbe per forza di cose ridimensionarsi determinando una situazione di taper (ritorno alla normalità) sul mercato che farebbe, nuovamente, schizzare in alto i tassi sul debito sovrano che, non solo non avrebbe più il Bazooka di Draghi a disposizione, ma si troverebbe nudo davanti agli speculatori in una condizione di post (speriamo bene) pandemia con un rapporto debito Pil che non è più del 135%, ma è quasi del 170%! Ma un’inflazione che cresce troppo, senza stabilizzarsi in tempi brevi, è anche il preludio di una forte recessione, soprattutto dopo una pandemia, con il potere di acquisto che, a causa dell’aumento dei prezzi, calerebbe vertiginosamente creando tutti i presupposti per una nuova, vigorosa, crisi economica. Si tratta però di scenari in analisi, ormai da tempo, dalle banche centrali e dai governi che, inevitabilmente, si ripercuotono sulla gestione anche della pandemia, con misure di politica nazionale che non sono, e non possono essere, dettate solo da emergenze di tipo sanitario.

Ci si gioca una partita importante. Se è vero che dal 2007 ad oggi il nostro paese ha vissuto periodi difficili, è altrettanto vero che non si sono costruite le basi, soprattutto nella gestione della cosa pubblica, per nuovi paradigmi di condotta. E non è un riferimento solo al governo centrale, ma le ripercussioni, a cascata, piombate sugli enti decentralizzati e locali non hanno ancora contribuito a formare una classe dirigente capace di nuotare nella tempesta. Ora che il mare, in termini finanziari, sembra calmo, quasi in bonaccia, è decisamente maggiore lo sforzo che deve essere attuato per riportare la banca sui venti giusti. Arrivano i fondi del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, che non sono “solo” un’occasione di rimettere il paese in moto, ma sono “l’unica” occasione da non sprecare, perché dagli investimenti che il Piano riuscirà a determinare si potrà capire il futuro di questo paese se sarà, come oggi appare a chi vi scrive, di mal celata rassegnazione, o di ricostruzione, economica, sociale e, spero vivamente, culturale.

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