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La Galleria-Studio dell’artista Fernando Masi riaperta al pubblico

La Galleria-Studio diventerà un punto di riferimento per tutti gli appassionati d’arte e per le Scuole, nascendo al suo interno il Centro Documentale Fernando Masi. Servizio di Pietro Luciano.

A distanza di 4 anni dalla sua scomparsa, la moglie Carla Felli e i figli Carmen, Stefania, Tommaso, Ester, con la direzione artistica di Saverio Bellofatto, hanno riaperto al pubblico la Galleria-Studio di Fernando Masi nella sua residenza di Sperone.

L’evento, inaugurato il 6 giugno 2026 dal giornalista RAI Gianni Maritati e dal sindaco di Sperone Adolfo Alaia, ha visto una nutrita presenza di pubblico, che hanno voluto esprimere alla famiglia la loro vicinanza all’artista, ma anche all’uomo.

La Galleria-Studio, pertanto, diventerà un punto di riferimento per tutti gli appassionati d’arte, nascendo al suo interno il Centro Documentale Fernando Masi, che raccoglierà foto delle opere, documentazione varia dell’artista e altro materiale, che sapientemente selezionato darà vita alla pubblicazione del Catalogo Generale dell’artista, già in preparazione.

A partire dalla metà del mese di ottobre 2026, poi, le Scuole saranno invitate a venire nella Galleria-Studio per effettuare delle visite guidate e per partecipare ad eventi culturali organizzati e calendarizzati in modo di consentire la partecipazione di più classi per Istituto.

“UNA VITA DIPINTA”, la mostra inaugurale, dunque, non è solo un’esposizione di opere: È una ricchissima rassegna documentale e fotografica, testimonianza della vita professionale e sociale dell’artista.

Fernando Masi, infatti, con la sua pittura ha narrato, quasi un cronista, le grandi vicende del suo tempo: La tragedia del terremoto in Irpinia del 1980; le guerre dell’ultimo cinquantennio; i grandi temi dell’ambiente e dell’immigrazione; la Formula 1 e le Ferrari, di cui è stato geniale testimone artistico. Modena è stata la sua città di adozione pittorica.

Fernando Masi, detto familiarmente “Tonino” in famiglia, nome che richiama Sant’Antonio di Padova, nato Fernando, nel 1968, aiutato dal fratello Michele, aprì uno studio a Modena, che come lui stesso scrive nell’autobiografia:“… diventa la mia città di adozione pittorica, dove ricevevo continue approvazioni e incoraggiamenti per la mia arte”.

Da Modena partì la sua ascesa: salotti romani, modenesi, bolognesi, milanesi, liguri. Poi l’estero: Parigi, Bucarest, Londra, Bruxelles, Taiwan, America. Gli fu offerta la cattedra alla NYU – New York University, opportunità a cui dovette rinunciare per “altre vicissitudini”.

A Modena, ricorda il fratello Michele, “… ha tantissimi amici. Gli appassionati della sua pittura lo diventavano naturalmente dopo avere apprezzato il suo talento e le sue svariate performance artistiche”.

“Mio fratello ‘Tonino’ – continua – … spirito libero ed avventuroso e come tale lo è stata anche la sua pittura. Un talento di natura, riconosciuto pubblicamente, e dalla vita intensa e travagliata. Da noi veniva familiarmente appellato con il nome di Tonino e nostra madre, che lo definiva un po’ ‘matto’, diceva che comunque lui era un giovane forte perché era stato allattato da bambino con il latte di capra. È stato un artista che, nel rispetto della tradizione, accompagna questa categoria di personaggi. Non ha avuto una vita facile, pur avendo attorno a sé una famiglia, ancorché bella e numerosa e con tutti i suoi ed imprevedibili problemi. La sua è stata una vita molto vissuta e voluta in tutti i sensi, peraltro costellata dai tanti sacrifici richiesti per farsi strada in Italia e nella sua stessa terra natia. Amante del buon mangiare e del buon vivere, viaggiatore instancabile, faccio fatica a pensare che egli ora non possa fare almeno una delle cose amate. Immagino che, essendosi incontrato con la sua talentuosa nipotina Alessia, unica erede della sua arte, ora assieme stiano dipingendo la volta celeste di cui potremo godere”.

E ancora:“Mi ricordo di un inizio che, secondo me, fu datato da un importante concorso artistico a Lago Laceno in provincia di Avellino, allorché, imprevedibilmente, ma meritatamente, fu insignito della significativa premiazione. Non ricercava questi eventi, come non amava legarsi a gallerie e mercanti. Però quella premiazione dette impulso e contribuì a dargli quell’autostima che gli è servita per imporsi nel difficile campo artistico nazionale e portare fuori dall’Irpinia un messaggio importante”.

“Si sono poi susseguiti innumerevoli eventi dando inizio alla ascesa della sua pittura. Ha espresso il malessere, ma anche la speranza della sua terra e, più in generale, quella dell’uomo contemporaneo, spaziando poi anche nel campo del mondo animale, e lasciando ovunque immemorabili segnali recuperabili, altresì, nei svariati notevoli murales lasciati in giro nel mondo”. Così scriveva, all’indomani della sua dipartita, il giornalista del Mattino Annibale Discepolo: “Se n’è andato in silenzio Fernando Masi, un silenzio dignitoso, cifra del suo essere, che lo ha accompagnato nella malattia, affrontata fino all’ultimo giorno sempre però con la determinazione e la convinzione che alla fine ce l’avrebbe fatta e che ‘se proprio dovesse succedere, alla fine me ne andrò io, ma non la mia arte’, mi confidava sorridendo in uno degli ultimi incontri nel suo studio-museo-laboratorio di Sperone davanti al figlio Tommaso e al genero Saverio Bellofatto che gli è stato sempre vicino ed a Valeria Vaiano, in occasione della foto scattata da Nico Boccia che lo ritrae per il mese di settembre nel calendario 2021 di Fondazione Sistema Irpinia dedicato all’arte ed agli artisti della Verde Irpinia. Un testamento pesante, deflagrante per la forza e la potenza propria della sua arte, specchio di una poliedricità che mancherà in questo mondo”.

“Se n’è andato, vogliamo pensarlo, conclude Annibale Discepolo, con la convinzione d’esser stato campione, ma nell’anonimato della sua semplicità che lo faceva un grande, volando simbolicamente verso il cielo a trecento all’ora, come quei piloti di Formula Uno che nella saga delle rosse di Maranello, dipingeva fermando l’attimo. Una vita che non ha mai sottratto il tempo e l’attenzione alla famiglia, soprattutto alla nipotina Alessia; una vita vissuta nella spericolatezza della normalità lungo la pista infinita delle emozioni che sapeva costruire e regalare con le sue opere. Periodi di vita pittorici come la piaga dell’emigrazione, della desertificazione dei nostri paesi, ponte che da virtuale lui tratteggiava con la convinzione di trasformare in reale la speranza di un futuro migliore. E poi i murales, le mostre in tutto il mondo, l’ultima a Taiwan, quell’Oriente che Fernando aveva già visionariamente anticipato in tutto e per tutto”.

La morte non spegnerà la luce che con la sua pittura egli ha trasmesso alla gente:”Alla fine me ne andrò io, ma non la mia arte”.

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