
Il commercio ha insegnato alle Nazioni a guardare con benevolenza la ricchezza e la prosperità, l’una prima dell’altra. Il cittadino desiderava che tutti gli altri Paesi fossero deboli, poveri e mal governati, tranne il proprio; ora vede nella loro ricchezza e nel progresso la fonte di prosperità per il proprio Paese (Stuert Mill – Principi di economia politica). Questa filosofia è stata non solo dei mercanti fiorentini, ma ha ispirato anche i primi frati francescani.
In Europa alla radice della nascita dell’economia di mercato ci fu la trasformazione dell’invidia in benevolenza. Nel Mondo antico e medioevale la ricchezza degli altri era occasione di invidia e rabbia sociale che sfociavano nella violenza. Intorno al XIII secolo diventò qualcosa di positivo. Il commercio divenne il primo meccanismo che potesse trasformare l’invidia in benevolenza. Se esiste la possibilità di scambiare cose con chi è più ricco di me, allora posso orientare parte della sua ricchezza in mio vantaggio.
Nel Trecento il commercio, da faccenda margine ed eticamente sospetta, divenne arte civile ben vista da tutti. Senza l’imprevista alleanza tra l’altissima povertà dei francescani e la ricchezza civile dei mercanti non avremmo avuto i miracoli economici, sociali, religiosi e artistici dell’ultimo medioevo e dell’umanesimo e oggi l’Italia e l’Europa sarebbero più povere.
Questa grande e buona trasformazione dell’invidia è anche una regola aurea della vita in comune. A scuola e nel mondo del lavoro, invece di invidiare chi è più bravo dobbiamo fare i compagni e i colleghi più bravi nostri alleati per crescere insieme e trasformare così l’energia negativa e distruttiva dell’invidia, l’unico vizio non associato ad un piacere, ma ad un dolore.
Educare i giovani all’anti-invidia significa educarli alla cooperazione, motore di ogni progresso. Finché viviamo in una società bloccata, dove i figli dei poveri saranno sicuramente poveri, vedere la ricchezza degli altri ci procura emozioni negative. Tra queste l’invidia perché non riusciamo a vedere nulla di buono nella ricchezza degli altri. Quando, invece, aumenta la mobilità sociale, quando il ragazzo che oggi è più povero si impegna e lavora duro si hanno buone speranze che si potrà vivere meglio e le ricchezze degli altri diventeranno emulazione e imitazione di quelle virtù che l’hanno generate.
In Italia dobbiamo rattristarci perché diminuisce la mobilità sociale così i giovani hanno scarse possibilità di fare una vita migliore di quella dei genitori. Allora molti giovani emigrano oltre frontiera per trovare una sistemazione dignitosa. Abbiamo curato l’invidia con la democrazia. Allora l’invidia sociale è un segnale serio del deterioramento della vita democratica e questo ci deve preoccupare.
L’invidia sociale è il motivo dello scoppio di violenze nelle periferia cittadine, dove più si avverte il disagio del blocco della scala sociale. La vita democratica esige che tutti abbiano la possibilità di salire i gradini della scala sociale. Quando essa è bloccata allora la democrazia è ferita.

















