
Un teatro al termine di un’opera, un goal allo stadio, un saggio di danza hanno avuto in comune, in questi ultimi tempi, il silenzio che ha preso il posto dell’applauso. Gli artisti e gli atleti davanti al pubblico sono gratificati dall’applauso del pubblico, dopo un’esibizione riuscita, invece quando sono costretti ad esibirsi davanti a una platea o a uno stadio vuoto vengono mortificati nel loro estro.
Applaudire una compagnia di teatro, un cantante, una recitazione è una forma importante di dialogo, è un modo di relazionare, è indice di reciprocità, è insomma una forma di amore. E tutti noi, in questo tempo sospeso, forse lo avevamo dimenticato, abituati come eravamo a ripetere meccanicamente questo gesto, perdendone il legame con la sua radice. Solo ora abbiamo capito che le mani sanno dire le parole più importanti, sanno gratificare, sanno significare diverse cose: coraggio, pietà, tenerezza, carezza, abbraccio.
Insomma il 2020 è stato una grande epifania del corpo. Durante la sofferenza collettiva più grande dalla fine della guerra mondiale, durante la più grande eclissi del corpo generata da internet e dai social, gli uomini hanno reimparato la grammatica del corpo e il suo infinito linguaggio. Abbiamo scoperto il nostro corpo quando, incontrando un parente stretto o un amico, non potavamo abbracciarlo.
Un invisibile, quanto contagiosissimo virus, ci ha fatto capire che cosa è veramente il nostro corpo e quello degli altri, perché ci ha privato del piacere che ricaviamo da un contatto con un altro corpo. Stare di fronte ad un genitore anziano e non poterlo abbracciare, guardare un nipotino che viene a farci visita e non poterlo baciare, produce in tutti noi, che siamo fatti per toccarci, una sofferenza indicibile.
I non abbracci ci hanno fatto capire l’importanza di un abbraccio, i non baci cos’è un bacio, e lo sanno bene anche i fidanzati costretti all’astinenza, i non applausi cos’è un applauso nel teatro o in uno stadio, e lo hanno sperimentato gli artisti che si sono esibiti in assenza del pubblico ed i calciatori in assenza del tifo. Abbiamo capito che il pubblico è corpo e, anche se sappiamo che le stesse persone che un giorno erano in platea ora ci stanno guardando in streaming, sentiamo che ci manca qualcosa di essenziale: il corpo.
Il virus, questo nemico invisibile all’occhio umano, dunque, oltre a contagiare il nostro corpo ha prodotto ripercussioni anche sulla nostra vita affettiva e relazionale, imponendoci di stare alla larga da quanti amiamo e ci amano, ci ha fatto riscoprire il valore di una telefonata ad una persona sola e anziana e, soprattutto, ha fatto riscoprire a noi uomini, supertecnologici e convinti di bastare a se stessi, la nostra fragilità e che ognuno non può bastare a sé stesso.
Torneranno gli applausi e gli abbracci quanto prima, ce lo auguriamo tutti, ma non dobbiamo dimenticare quello che abbiamo imparato sul corpo, questo fragile ma fortissimo corpo che ci fa essere “poco meno degli angeli”(Salmo 8).

















