
26 dicembre / Festività di S. Stefano: Un po’ di storia
La presenza del protomartire Stefano nel complesso basilicale di Cimitile.
Carlo Ebanista – Forse non tutti sanno che nel complesso basilicale di Cimitile il culto del protomartire è documentato da oltre 450 anni. Quando nel 1551 il vescovo di Nola, Antonio Scarampo, si recò in visita al santuario, tra le altre chiese, trovò infatti quella di S. Stefano, allora dedicata anche al Crocifisso. L’edificio di culto era stato costruito anteriormente all’alluvione degli inizi del VI secolo che seppellì gran parte delle strutture del complesso, ma non sappiamo se venne dedicato sin dall’inizio a S. Stefano, le cui reliquie erano state rinvenute a Gerusalemme nel 415.
A Cimitile la doppia intitolazione al protomartire e al Crocifisso rimase in uso sino al 1630, allorché la basilica era conosciuta anche come chiesa dell’«Incoronata» per la presenza sull’altare di un’icona della Vergine; la devozione per questa immagine, forse corrispondente al simulacro documentato sin dal 1615, sostituì quella per il Crocifisso. Del resto, proprio dal 1615, allorché la basilica era officiata due volte alla settimana grazie alle elemosine dei fedeli, è attestata la consuetudine di celebrare solennemente la Natività della Vergine l’8 settembre.
Alla fine del Seicento l’edificio fu interessato da due crolli e venne restaurato in entrambe le occasioni su iniziativa del parroco di Cimitile, Carlo Guadagni; nel 1677 il cedimento fu determinato «dall’antichità», mentre nel 1679 dalla caduta del campanile.
Se i lavori comportarono quasi certamente la riedificazione del campanile, non è sicuro che l’abside fu trasformata in sagrestia grazie alla tamponatura dell’arco trionfale, cui venne addossato il nuovo altare. Guadagni ricorda l’esistenza di uno spazio «dietro l’altar maggiore», ma non registra esplicitamente la chiusura dell’arco di trionfo né il rifacimento dell’altare, sicché non va escluso che abbia soltanto ristrutturato l’altare preesistente, lasciando aperto l’arco trionfale.
L’avvenuta trasformazione dell’abside in sagrestia, grazie evidentemente alla tamponatura dell’arco, è testimoniata a partire dal 1829, quando «dietro all’altare maggiore» sorgeva «un vano in forma di semicerchio dell’ampiezza di circa tre canne quadrate ad uso di sagrestia» (circa 13,35 m2); molto probabilmente, però, la modifica era già avvenuta nel 1824, allorché la sagrestia è menzionata per la prima volta.
Nel 1769 il vescovo Filippo Lopez y Rojo, avendo riscontrato che la basilica minacciava di crollare, ordinò di riparare quanto prima il tetto e di rinnovare il pavimento e l’altare. Tre anni dopo il parroco Felice Rossi rifece «la mettà della suffittà di tavole lavorate», l’«astraco sopra la sacrestia, e tetto alla terrazza» e segnalò al vescovo la «necessità estrema» della porta della basilica. I lavori, che determinarono l’innalzamento del calpestio di circa 50 cm e l’apertura di tre finestre rettangolari in ciascuna delle pareti della vennero completati anteriormente al 1792, come riferisce il sacerdote cimitilese Andrea Ambrosini, il quale segnalò «antiche dipinture» nell’abside. Quest’ultima segnalazione potrebbe indicare che nel 1792 l’abside non era stata ancora isolata dalla navata, anche se non va escluso che Ambrosini abbia visto gli affreschi in quella che era ormai già la sagrestia; grazie alla sua esplicita testimonianza sappiamo, invece, che erano state lasciate in vista le tre colonne (due nell’arco trionfale e una murata nel perimetrale nord della chiesa) ricordate nel 1644, 1688 e 1747, allorché alla chiesa si scendeva grazie ad una scala costituita da undici gradini.
Modesti interventi di manutenzione vennero disposti dal vescovo nel 1815, mentre non sappiamo se nuovi restauri furono effettuati nel decennio successivo, allorché entro il 1824 nella chiesa di S. Stefano si trasferì la confraternita del SS. Crocifisso che fino ad allora aveva avuto sede nella basilica di S. Tommaso.
Nel 1829, oltre all’altare maggiore, ne sono chiaramente attestati altri due: quello addossato alla parete sinistra ospitava un «quadro rappresentante il martirio di S. Stefano».
Negli anni successivi, ma prima del 1876, la chiesa subì una radicale ristrutturazione: le pareti laterali e la facciata vennero soprelevate; l’operazione comportò la costruzione di un nuovo campanile, la tamponatura delle sei finestre che dal XVIII secolo illuminavano la navata e la creazione di altrettante aperture più in alto, al di sopra del cornicione. Allo stesso tempo l’arco trionfale fu riaperto e quasi totalmente ricostruito ad una quota superiore, analogamente al catino absidale, mentre alle spalle dell’emiciclo venne edificato un locale, a pianta mistilinea, adibito a sagrestia. I lavori, oltre a comportare la costruzione di un nuovo altare e l’innalzamento del calpestio di circa 90 cm, determinarono la scomparsa della scala, degli affreschi e delle colonne segnalate dagli eruditi del Sei e Settecento. Nella pianta della basilica disegnata dall’arch. Stanislao Ferrari nel 1877 e pubblicata qualche anno dopo dall’abate Lagrange, l’altare risulta collocato al centro dell’abside, nella cui porzione nord si apre la porta d’accesso alla retrostante sagrestia; la planimetria non è, tuttavia, completa, in quanto non solo non registra la sagrestia, ma neanche i due altari che erano addossati alle pareti laterali della chiesa.
Se già nel 1877 dell’antica decorazione della basilica non rimaneva nulla, le tracce dell’originario impianto vennero definitivamente cancellate nel 1927, allorché l’edificio il 14 agosto fu consacrato alla Vergine del Carmelo dal vescovo Egisto Domenico Melchiori. Sette anni dopo – come scriveva Antonio Jannone – la chiesa aveva «perduto tutto della sua antichità poiché i muri antichi con decorazioni e colonne sono stati distrutti o nascosti nei continui restauri».
Nel 1937, inoltre, il soffitto venne dipinto dal pittore Luigi Taglialatela assumendo l’aspetto che ha mantenuto sino agli interventi condotti dalla Soprintendenza ai Monumenti a partire dal 1963. I lavori determinarono, tra l’altro, la scomparsa delle decorazioni eseguite nel 1927 e 1937, la demolizione del campanile e degli altari, ma misero in luce i resti dell’edificio paleocristiano con le colonne dell’arco trionfale e gli affreschi dell’abside.
Per chi vuole saperne di più:
A. Mercogliano, C. Ebanista, “Gli scavi degli anni Cinquanta e Sessanta nel complesso basilicale di Cimitile. Documenti inediti e nuove acquisizioni“, in «Rendiconti dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti in Napoli», LXXII (2003), pp. 167-273.

















