
“Tra Tacito e Gaza città aperta: il realismo necessario”
Da #Noticinaperilweb d.m.
Nel dibattito sulla pace a Gaza, si fronteggiano due narrazioni opposte: da un lato i pessimisti cosmici, che citano Tacito e vedono nella tregua solo un deserto mascherato da pace; dall’altro, gli ottimisti di giornata, che salutano ogni accordo come una svolta epocale.
Ma tra queste polarità esiste una terza via, più scomoda e meno spettacolare: quella del realismo. Una visione realistica non si accontenta né della retorica, né della disperazione.
Sa che gli accordi – come quello in venti punti proposto da Israele e Stati Uniti – non sono la fine del conflitto, ma l’inizio di un processo lungo, incerto, spesso contraddittorio.
Sa che Gaza non è una città aperta, ma un nodo strategico e simbolico, conteso e bombardato.
Sa che gli attori in gioco – Hamas, Israele, Stati Uniti, Egitto – portano con sé interessi, memorie e ferite che non si cancellano con una firma.
Sa che per ora l’unico risultato ottenuto, non di poco conto, è il “cessate il fuoco”.
Il realismo non è cinismo. È consapevolezza. È la capacità di leggere le scorie geopolitiche dell’area – colonialismo, occupazione, radicalizzazione – e di riconoscere che la pace non è un evento, ma un processo.
Non basta fermare le armi: bisogna costruire fiducia, riconoscere diritti, affrontare le cause profonde del conflitto.
Tacito ci ammonisce: la pace imposta è solo silenzio.
Gli slogan ci illudono: Gaza città aperta è ancora un’utopia.
Ma il realismo ci guida: ci invita a non smettere di cercare, di negoziare, di costruire.
La pace vera non nasce dai proclami, ma dalla fatica quotidiana di chi, nonostante tutto, continua a crederci.

















