
BERNARD-HENRI LEVY CONTINUA A SOSTENERE CHE QUELLO CHE STA ACCADENDO NELLA STRISCIA DI GAZA NON È GENOCIDIO
Considerazioni di Antonio Caccavale sulle asserzioni del filosofo e giornalista francese.
Di occasioni non ne perde una per affermare e riaffermare che quello che Netanyahu sta perpetrando a Gaza non è genocidio. Bernard-Henri Lévy non si limita a negare che si tratti di genocidio, ma si spinge fino a sostenere che chi afferma il contrario, utilizzando la parola genocidio, insulta “non solo la verità dei fatti e dei nomi, ma anche la memoria sacra delle vittime dei genocidi del secolo scorso”. E va anche oltre, quando afferma che “la retorica del genocidio” non serve ad altro che a perpetuare una nuova forma di demonizzazione e di pregiudizio contro gli ebrei.
Ma chi è Bernard-Henri Levy?
Nato in Algeria nel 1948, da una famiglia ebraica, aveva solo pochi mesi quando suo padre decise di trasferirsi in Francia, dove seppe costruirsi una fortuna multimiliardaria. Laureatosi in filosofia, Bernard-Henri Levy divenne anche giornalista ed ebbe modo di seguire, come cronista, le vicende politiche in India, poi in Bangladesh, al tempo della guerra di secessione che sancì l’indipendenza di questa regione dal Pakistan. Fu un intellettuale molto attivo negli anni che avevano avuto inizio col “maggio francese” del 1968, ma non esitò a prendere posizione sia contro le dottrine socialcomuniste, sia contro il capitalismo.

Oggi, di fronte al massacro dei palestinesi nella Striscia di Gaza, il filosofo e giornalista francese non sa fare altro che preoccuparsi di scagliarsi contro chiunque osi parlare di Israele rappresentandolo come di uno Stato “deumanizzato”. A macchiarsi di questa fattispecie di “reato” sarebbero quelli che Henri Levy definisce “accademici woke” che, in senso dispregiativo, egli identifica con gli intellettuali di sinistra che, a suo dire, sarebbero fautori di una nuova forma di ostracismo nei confronti del popolo ebraico. Perfino papa Francesco, che recentemente ha dichiarato che quanto accade a Gaza sembra possedere “caratteristiche di genocidio”, sarebbe un fautore di una nuova forma di ostracismo nei confronti del popolo ebraico.
Ma che cosa si deve intendere con la parola “genocidio”? Il dizionario De Mauro definisce la parola “genocidio” come la “distruzione sistematica di un intero gruppo etnico, razziale o religioso”.

La stessa parola, dall’ONU, viene definita come “atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
Ma per quale motivo, secondo Bernard-Henri Levy, le atrocità di cui si stanno macchiando Netanyahu e il suo governo non rientrerebbero nella categoria di “genocidio”?
Semplice, risponde il filosofo e giornalista francese: “Non si può caratterizzare come genocida un esercito che avverte prima di sparare e inonda i quartieri che sta per bombardare con messaggi di evacuazione”. Inoltre “i corridoi di evacuazione aperti quotidianamente dall’esercito israeliano non sono marce della morte”.

Insomma, per dare una mano al filosofo a spiegare meglio quello che dice, dovremmo asserire che non si può definire genocidio quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza, dal momento che l’esercito israeliano, prima di sparare, con una prudenza e con una gentilezza non comuni, avverte la popolazione palestinese e visto che la deportazione forzata della stessa non è una marcia della morte e le tende in cui tanta gente vive non sono camere a gas.
In pratica, dovremmo chiederci per quale motivo ci intestardiamo a non voler tenere conto dei modi prudenti e gentili, delle maniere garbate e affettuose di cui farebbe preventivamente uso l’esercito israeliano ogniqualvolta bombarda pesantemente interi quartieri abitati dalla popolazione civile, provocando decine, centinaia di vittime.

Ora se è vero che Hamas (nota come il braccio armato dell’estremismo terrorista palestinese) non si è mai fatta scrupolo di utilizzare la popolazione civile come scudo umano, non si capisce come sia possibile giustificare chi, per colpire uno o più terroristi, arriva a non farsi scrupolo di sventrare interi caseggiati (abitati da decine di famiglie fatte di tante persone giovani e meno giovani, di tante persone avanti con l’età e di tanti bambini) anche quando si sa che quelle abitazioni non sono state evacuate?
E dovremmo anche rimproverare la Corte Penale Internazionale di aver emesso un ingiusto mandato d’arresto per Netanyahu e per il ministro della difesa Yoav Gallant, accusati di reati, tutto sommato, banali, come quelli di “aver ridotto deliberatamente i civili palestinesi alla fame, di aver negato loro aiuti umanitari”, con l’aggravante che “i crimini contro l’umanità descritti nella richiesta d’arresto fanno parte di un’offensiva sistematica condotta contro gli abitanti della Striscia di Gaza”.

















