

A quasi cento anni dalla promulgazione delle leggi razziali ed ottanta dalla fine dell’esperienza nazifascista, ha ancora senso dedicare un giorno al ricordo della Shoah? Siamo riusciti a rispondere ai quesiti che la Shoah porta con sé? E ancora, possiamo ritenere veramente concluso quell’episodio della storia umana?
Nel giornalismo americano esiste la regola delle 5W, le cinque domande le cui risposte ci dicono di aver raccontato pienamente un fatto.
Il quando, il dove ed il chi sono risposte che richiedono una conoscenza quanto più personale dei fatti; ma probabilmente il come e il perché sono domanda su cui un’analisi a posteriori dei fatti risulta più completa, più esauriente. E, forse, solo quando avremo risposto a queste domande potremo capire se effettivamente la Shoah è una fatto oramai perso nel passato.
Arrivato a Auschwitz il detenuto 174517, dapprima e successivamente noto con il nome di Primo Levi, chiede: “Perché?”.
“Qui non ci sono perché” sarà la risposta. Nè Auschwtiz, né a Dacau, o Buchenwald, o Treblinka: in nessuno dei lager nazisti c’è il perché di tutto quello.
Oggi è inevitabile creare mentalmente un collegamento tra antisemitismo e fascismo e/o nazismo, come se fosse esclusiva di quei due perversi sistemi l’odio per i giudei. Se da qualsiasi parte, si profanano i cimiteri ebraici, i titoli dei giornali saranno: rigurgiti nazisti. Ma questa unione è vera quanto il fatto che la muraglia cinese si veda dallo spazio e che in Australia gli scarichi girino al contrario. Falsi che sono oramai cosi insiti nella cultura popolare da essere difficilmente sconfessati.
In realtà l’antisemitismo è un sentimento che risale all’alba dei tempi e con esso una serie di falsità sugli ebrei ripetute nell’arco dei secoli. Chi si ricorda ad esempio dell’accusa del sangue secondo cui gli ebrei utilizzavano per le loro cerimonie il sangue dei bambini cristiani: accusa che portò alla tortura ed alla condanna a morte di centinaia di ebrei nel medioevo. Oppure la diceria sull’usura. O ancora il famoso testo dei Savi di Sion, ancora oggi alla base di ogni pensiero cospirazionista. La verità che in Europa, soprattutto nell’Europa continentale, gli ebrei sono sempre stati malvisti. Accusati forse per la loro natura di comunità “isolazionista”, oppure è vero, quanto afferma Nietzsche:
“L’intero problema degli ebrei esiste solo negli Stati nazionali, perché qui la loro energia e la loro intelligenza superiore, il loro capitale accumulato costituito di spirito e di volontà, raccolto di generazione in generazione attraverso una lunga scolarizzazione avvenuta in condizioni difficili, deve diventare talmente preponderante da suscitare l’invidia di massa e quindi l’oscenità letteraria di condurre gli ebrei alla macellazione come capri espiatori di ogni congiura e inconveniente pubblico”.
Di fatto, pochi anni prima, nella Francia repubblicana di Emile Zola, l’antisemitismo serpeggiante nella comunità francese si mostrò nel caso Dreyfuss. D’altro canto, se non è corretto dire che il sentimento antisemita nasce con il nazismo o con il fascismo, è anche vero che i movimenti populisti costituiscono un terreno estremamente fertile per preconcetti, bigottismo e superstizioni.
Essi rappresentarono il piano inclinato su cui la biglia dell’antisemitismo iniziò a correre sempre più velocemente fino ineluttabile esito: lo sterminio di massa. Eppure Germania e Italia erano le stesse nazioni che, quasi contemporaneamente, davano vita alla massima espressione del pensiero filosofico- giuridico. Come è stato possibile che gli eredi del pensiero di Hegel, di Savigny, Carlo Cattaneo e, perché no, di Cesare Beccaria, si siano resi colpevoli di tali abomini? Solo pochi anni dopo, certamente rinforzati dalla esperienza della guerra, in Italia vera scritta la più bella Costituzione moderna. Ma allora di chi fu veramente la colpa?
Fu forse colpa solo di chi ideò e/o organizzò quella macchina infernale? O è colpevole anche il militare responsabile del controllo nei campi di concentramento? È colpevole forse il giovane arruolato della repubblica di Salò convinto di lottare per la Patria? È colpevole forse il macchinista del treno? E che responsabilità hanno coloro che approfittando delle leggi razziali si accaparrarono i beni dismessi dagli ebrei?
All’esito della caduta del nazismo in Germania, nel 1946 Karl Jasper, filosofo, psichiatra, di origini tedesche, pubblica Die Schuldfrage, ossia la Colpa o della questione della colpa.
Il volume è una densa trattazione elaborata intorno al concetto di “colpa” e soprattutto una lucida riflessione condotta da un tedesco sui tedeschi e sul nazismo, sulla colpa della Germania hitleriana e sulla possibile rinascita della Germania.
Le conclusioni di Jasper sono che siamo tutti, a diverso titolo, colpevoli. Se è vero che non tutti siamo stati attori di ciò che avvenne, ma in gran parte si trattò di essere passivi spettatori, dice Jasper, vi è una responsabilità in quanto popolo delle scelte del proprio governo, soprattutto se, come avvenne in Germania ed in Italia, quei governi avevano l’appoggio della maggioranza, della stragrande maggioranza della popolazione. C’è colpa politica perché, dice Jasper, in politica non avviene ciò che si ha nel campo penale o morale per i quali è l’agire che è alla base di ogni valutazione di colpa. In politica, l’accettare passivamente equivale all’appoggiare ed in questo tutti i tedeschi e gli italiani furono colpevoli di leggi e di quegli eventi che ne conseguirono.
Ma Jasper va oltre. Se prendiamo in considerazione l’Uomo in quanto tale, libero da vincoli di nazionalità, sociali, di educazione o economici: ebbene questo uomo risponde solo in quanto appartenente al genere umano.
Anch’egli allora è colpevole: è colpevole per aver tradito quei vincoli di assoluta solidarietà che come uomini ci lega gli uni agli altri.
“Abbiamo preferito rimanere in vita per la misera considerazione, per quanto possa essere giusta, che la nostra morte non sarebbe servita a niente. Siamo ancora in vita: appunto questa è la nostra colpa.”
Non solo quindi italiani e tedeschi, ma tutti coloro che preferirono, per una propria utilità, magari anche rivestita di nobili ideali, girarsi dall’altra parte. Far finta di non vedere quello che invece era sotto gli occhi di tutti.
Di fronte alla coscienza della colpa, a livello interiore, dice Jasper, intervengono, però, alcuni meccanismi di difesa dell’inconscio, che fanno prendere una piega diversa alle azioni dell’individuo, portando ai meccanismi di “rimozione”, di “negazione” (Verneinung) e di “diniego” (Verleugnung).
Un primo esempio di negazione è nella autogiustificazione: il colpevole non è umano. E’ un mostro. Non ci appartiene.
Nel 1961, Israele porta alla sbarra il mostro per eccellenza. Colui che, stando ai racconti e alle sue stesse vanterie, è stato l’ideatore e l’organizzatore della soluzione finale.
Solo che alla sbarra quel mostro non c’è.
Hannah Arendt, lì presente quale corrispondente del New Yorker, ne trarrà un libro: la banalità del Male. Stanley Tucci darà artisticamente vita al mostro in un bellissimo film dal titolo Conspiracy.
Eichmann non è l’incarnazione del male, ma è un semplice burocrate che esegue gli ordini senza riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. “Sarebbe stato quanto mai confortante” scrive la Arendt “poter credere che Eichmann era un mostro […] ma il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano terribilmente normali.”
Il mostro è … umano troppo umano.
Ed allora, se il mostro non c’è, ma ci sono uomini come noi, noi quei fatti non abbiamo potuto commetterli. I fatti non sono accaduti.
E così i pochi fortunati sopravvissuti furono accolti da un misto di scetticismo, fastidio, repulsione. Per tanto tempo non si volle credere loro. Furono accusati di dire il falso o quantomeno di esagerare i fatti. Di fatto quegli uomini furono a lungo isolati. Molti trovarono la pace nella morte. Altrettanti si nascosero, quasi vergognandosi.
E quando la negazione dei fatti non si è potuta più sostenere, si è giunti a mettere sul banco degli imputati proprio loro: i sopravvissuti.
L’idea dell’ebreo che senza alzare il capo ed in perfetta fila indiana si recava all’interno delle camere della morte, è un’immagine di debolezza che si scontrava con la realtà del nuovo Stato di Israele. Cosicché persino lì, quei superstiti finirono con l’essere visti quasi con disprezzo.
La colpa quindi è loro che hanno accettato tutto questo.
Di fatto, a cent’anni dagli avvenimenti di cui parliamo, la questione della Schuldfrage resta un problema irrisolto. La prova di ciò è nel come vennero “risarcite” le vittime. La purificazione dalla colpa, dice Jasper, passa in primis nella riparazione del male. Nel caso della colpa politica ciò equivale al riconoscimento e nel rispetto da parte degli accusati delle riparazioni in forma legale per ricompensare, in un certo senso, i popoli aggrediti dalla Germania di Hitler per quello che hanno perduto. Come fa notare Jaspers, le esigenze che possono spingere a ciò sono due: la necessità di aiutare “i bisognosi” semplicemente perché sono vicino a noi e hanno bisogno di aiuto, e in secondo luogo, la necessità di riconoscere dei diritti nei confronti di coloro che per colpa del regime di Hilter furono deportati e ammazzati. Ciò che differenzia le necessità sono le motivazioni: nel secondo casi si tratta della volontà di riparare ad un male per il quale uno si sente, anche parzialmente, colpevole.
Ebbene, tra i primi atti di ingiustizia commessi nei confronti degli ebrei a seguito delle leggi razziali, sia in Italia che in Germania, vi fu la spoliazione dei beni. In Germania, agli albori delle leggi razziali, quando la cd. “Soluzione finale” non era ancora stata scritta e l’obbiettivo era piuttosto quello di una forzosa emigrazione di massa degli ebrei, proprio Eichmann, per “eliminare la lentezza burocratica e favorire il rilascio dei documenti necessari a lasciare la Germania”, per usare le sue parole, aveva realizzato un apparato amministrativo incredibilmente efficiente. Un Rabbino Capo lo descrisse con queste parole:
“A un capo di infila un ebreo che possiede qualcosa e lo si fa passare, ufficio per ufficio, finché non sbuca dall’altro lato senza più soldi, senza alcun diritto se non il passaporto e l’ordine di lasciare il paese in quindici giorni, pena l’internamento.” In Italia fu costituito l’Egeli, ente preposto alla raccolta e vendita dei beni requisiti agli ebrei.
In Germania gli apparati per la “raccolta” dei beni degli ebrei furono molteplici, avendo succursali i tutti i paesi occupati.
Anche la Francia, la Francia di Vichy, procedette a sequestrare i beni degli ebrei. In Italia, per dirla con le parole del Segretario Generale del Partito Nazionale Fascista, Starace, uno dei principali obiettivi delle leggi razziali era di sottomettere “il capitale degli ebrei sotto severo controllo ariano, al servizio della Nazione”. E quando la razzia delle imprese terminò, iniziò il sequestro dei beni e la vendita all’asta.
La purificazione dalla colpa, secondo le parole di Jasper, avrebbe dovuto prevedere la restituzione di tutti i beni finita la guerra.
Ma non è stato così. Anzi, in tutti i Paesi, anche quelli formalmente vittoriosi, all’esito della seconda guerra mondiale, ma che avevano conosciuto l’occupazione nazista… la Francia, l’Olanda, l’Austria, la Polonia… la restituzione dei beni agli ebrei è un tabù che dura tutt’ora.
Nel 2019 la Polonia ha emesso una legge per impedire agli ebrei superstiti di riottenere i propri beni ovvero una adeguato risarcimento.
In Germania esiste ancora una biblioteca in cui i libri sono catalogati sotto un’unica lettera: la J di Juden. Si tratta di oltre duecentomila libri requisiti agli ebrei dai nazisti.
Il caso dell’Austria e del quadro di Klimt, ritratto di Adele Bloch-Bauer, è esemplare.
Eppure questi beni, spesso, hanno un valore materiale relativo rispetto all’aspetto intrinseco che hanno assunto per i superstiti.
“A quel tempo [al tempo della persecuzione antisemita fascista], poiché altre difese non potevano esistere, la difesa era stata difendere quel pezzo minore di sé stesso, che era la casa e le cose belle che racchiudeva, e ritrovarlo e ricostruirlo se si fosse salvata la vita. La collezione di argenteria da ritrovare diventava allora un simbolo in sé stesso e del dover andare avanti, nonostante l’orrore e lo sterminio […] Oggi queste cose possono sembrare marginali. Ma è per questo che il simbolo andava assolutamente ricomposto […] Non era dunque per il suo valore intrinseco che la collezione era da ritrovare, e neppure per una soddisfazione da collezionista. Ma per un valore al di là delle cose.”
O per dirlo con le parole della nipote di Adele Bloch-Bauer, “la gente vede l’opera di uno dei più grandi artisti al mondo, io vedo il ritratto di mia zia ed il ricordo di una donna che mi parlava di arte e bellezza”.
Solo con la fine della guerra fredda, nel corso degli anni Novanta, prenderà avvio una nuova e vivace fase destinata a riportare sulla scena uno dei capitoli di quel che è stato efficacemente definito «the unfinished business of World War II». Nel 1996, con l’emersione, mediaticamente assai enfatizzata, della questione dei conti correnti dormienti intestati a ebrei presso le banche svizzere, e il conseguente avvio di un contenzioso giudiziario davanti a tribunali americani, iniziava ufficialmente la stagione delle cosiddette Holocaust Litigations. Iniziarono una serie di incontri e trattati internazionali con cui si cercava di impegnare i firmatari a una serie di «buone pratiche»: dalla ricerca e individuazione delle opere d’arte non restituite, investendo risorse e personale, all’organizzazione di registri centralizzati e database di opere scomparse e, laddove si fossero individuati gli eredi, alla proposta di «giuste ed eque soluzioni» per il ritorno del bene ai proprietari o per il risarcimento del danno.
Appuntamenti cui il governo italiano ha sempre preso parte inviando propri rappresentanti ufficiali. Ma come si è comportata effettivamente l’Italia? In realtà l’Italia non si comportò mai bene.
Rispetto alla questione dei beni sequestrati, l’attività della Egeli è continuata sino agli anni sessanta. Successivamente, il governo italiano decise di avocare allo Stato la proprietà dei tutti i beni ebraici mai rivendicati.
Nell’estate del 1997 un gesto simbolico compiuto dall’allora ministro delle Finanze Carlo Azeglio Ciampi riportava l’attenzione, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, sul tema dei beni sottratti agli ebrei italiani durante la persecuzione. Dal 1962, nel caveau romano della Tesoreria centrale dello Stato, si trovavano alcune bisacce contenenti circa 65 kg di oggetti (orologi, catenine, anelli, posateria, argenteria, ma anche effetti personali) razziati agli ebrei dai nazisti nei territori, sotto il loro controllo, dell’Operationszone Adriatisches Küstenland. Istituita una Commissione d’indagine interna al ministero delle Finanze, nel 1997 Ciampi restituì i beni facendosi altresì promotore di una legge, approvata nel brevissimo volgere di un mese, che ne permettesse il passaggio di proprietà all’Unione delle Comunità ebraiche italiane, superando i limiti, di natura essenzialmente giuridica, del precedente e analogo decreto emanato nel 1947 che già designava l’Unione quale erede dei beni ebraici non rivendicati.
La vicenda delle bisacce restituite rappresentò una sorta di prodromo alla nascita, l’anno successivo, di una specifica Commissione di indagine governativa. Sollecitata dalla presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Tullia Zevi, e già sostenuta dall’esecutivo guidato da Romano Prodi, l’iniziativa fu poi varata dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema che, il 10 dicembre del 1998, firmava il decreto che istituiva la Commissione con il compito di ricostruire le vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di “acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati.”
La Commissione, poi nota come Commissione Anselmi dal nome della senatrice della Democrazia cristiana Tina Anselmi che fu chiamata a presiederla, non rappresentava un’iniziativa limitata ai soli confini italiani. La sua nomina si inseriva infatti nel solco di quella dinamica transnazionale innescata dall’eco suscitata, soprattutto in Europa, dal fenomeno delle Holocaust Litigations, di cui si è detto, e che aveva visto l’istituzione di commissioni analoghe.
Rispetto alle analoghe esperienze Francesi e Austriache, però, la Commissione Anselmi non partiva con i migliori auspici. La norma istitutrice:
– non assegnava alla commissione una idonea assistenza tecnica (il rapporto tra esperti storici a sostegno della commissione Anselmi e quello nelle Commissioni Francese e Austriaca era di 1 a 50)
– Concedeva un termine di appena 6 mesi per le ricerche a fronte dei quattro/ cinque anni che si ebbero in Austria e Francia
– In nessuna parte si faceva chiaramente riferimento alle attività poste in essere dagli italiani, come se le attività di sequestro dei beni degli ebrei fossero stato esclusivamente il frutto di azioni tedesche.
Di conseguenza, nel mandato che l’esecutivo affidava alla Commissione non c’erano tracce, neppure implicite, di un obiettivo di chiarificazione storica, politica, morale che il governo italiano intendeva portare avanti attraverso quel lavoro di ricerca. Né, tanto meno, emergeva un’assunzione di responsabilità verso le vittime della persecuzione antiebraica o un impegno, ad esempio, a sanare eventuali torti che fossero emersi come ancora meritevoli di forme di risarcimento o riparazione.
Da questo puntosi vista, l’unica eccezione è stata la vicenda della collezione di porcellane appartenenti all’ebreo tedesco Julius Kaumheimer, collezione che gli fu confiscata nel gennaio del 1939 alla dogana di Merano nel momento in cui Kaumheimer e la famiglia erano stati costretti a lasciare l’Italia. Le porcellane erano così entrate a far parte stabilmente delle collezioni esposte al museo del Castello del Buonconsiglio di Trento. Dopo un iniziale tentativo di resistenza da parte della provincia di Trento, che rivendicava «la piena legittimità del possesso del patrimonio in parola», nell’ottobre del 2001 furono restituite dapprima alla Comunità di Merano e nel 2003, una volta rintracciati, ai tre figli superstiti.
Del tutto vane, invece, le sollecitazioni che gli eredi di Federico Gentili hanno più volte rivolto, a partire dai primi anni Duemila, alla Pinacoteca di Brera per rientrare in possesso di una tela del 1538 di Girolamo di Romano, detto il Romanino, il Cristo portacroce. Federico Gentili, ebreo italiano funzionario del ministero degli Esteri che dal 1938 risiedeva a Parigi, morì nell’aprile del 1940, poco prima dell’invasione nazista della Francia; i due figli, fuggiti all’estero per evitare le deportazioni naziste, lasciarono così il patrimonio artistico incustodito. In tali circostanze, nel marzo del 1941, un amministratore giudiziario fu incaricato di vendere tutti i beni mobili all’asta – tra cui la preziosa collezione di quadri – per far fronte ai debiti ereditari. I dipinti, tra cui un Tiepolo, furono così battuti all’asta nell’aprile del 1941; di alcuni entrò in possesso il governo di Vichy (e, conseguentemente, il museo del Louvre), altri entrarono a far parte della collezione privata di Hermann Göring. Quanto al Cristo portacroce, la tela scomparve invece dalla scena per riapparire sul mercato nel 1997, quando fu acquistata dalla Pinacoteca di Brera ed esposta nelle sue sale insieme a un’altra opera in precedenza appartenuta alla famiglia Gentili, la Madonna con bambino di Vincenzo Civerchio. Con la riemersione del quadro dopo l’acquisto da parte del museo italiano, la famiglia Gentili iniziò quindi una lunga battaglia legale per rientrarne in possesso, dato che la direzione del museo ambrosiano aveva opposto a ogni richiesta della famiglia un categorico rifiuto
All’inizio degli anni Duemila, il Louvre che, come detto, possedeva cinque tele provenienti dalla collezione Gentili, le aveva invece restituite alla famiglia senza alcun onere per gli eredi.
Ebbene nel 2002, il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani così rispondeva ai dubbi espressi dalla stessa Commissione Anselmi sul possesso dell’opera da parte del museo di Trento: “Forse gli eredi hanno male interpretato l’affermazione del ministro Melandri quando disse che avremmo restituito tutti i beni di guerra”.
Anche in tema ristoro dei superstiti, se mai ci fu, il comportamento del governo italiano fu quello di rendere il tutto nullo, bloccato da mille cavilli burocratici.
La legge Terracini, emanata nel 1955, fu oggetto di interpretazioni cosi restrittive per cui solo poco più di 500 superstiti della Shoah si videro riconosciuto il diritto a ricevere le provvidenze previste dalla legge.
Solo nel 2003 una sentenza della Corte dei Conti intervenne a ribaltare 50 anni di pronunciamenti negativi.
E mentre ai perseguitati venivano negati sia la restituzione dei beni che un ristoro risarcitorio, ai persecutori veniva garantita l’impunità.
La cd.amnistia Togliatti fu una pietra tombale per qualsiasi tentativo di giustizia. Come in Germania, anche in Italia la nuova classe politica, ora al governo del paese, ma per anni in esilio, in carcere o al confino, non aveva in pratica mai preso contatto diretto con gli apparati dello Stato, i ministeri, gli enti pubblici. Per il funzionamento della macchina statale essa si rese ben presto conto della necessità di dover salvare una buona parte dei funzionari che vi avevano lavorato in precedenza, pur nella consapevolezza che si trattasse di funzionari del regime fascista.
Esemplare il caso del magistrato Antonio Azzariti, capo gabinetto del Ministro della Giustizia Togliatti, che nel 1957 arriverà a presiedere la Corte Costituzionale. A guidare l’organo che avrebbe dovuto garantire il rispetto della nuova costituzione repubblicana e dei suoi principi si ritrovò un giurista che, non solo, aveva alle spalle una lunga familiarità e collaborazione con il regime fascista, ma che, membro del Tribunale della Razza, probabilmente aveva anche contribuito a redigere la legislazione antisemita.
Come ebbe a dire Santorre De Benedetti, professore ebreo cacciato dall’ateneo di Torino nel 1938, scrivendo nel dopoguerra ad un collega: Ho ripreso il mio posto senza entusiasmo. La lunga infezione (fascista) ha lasciato tracce che non so quando si cancelleranno […] Gli intellettuali italiani erano tutti fascisti, tutti avevano qualche sovvenzione, molti dovevano alla cricca il posto, i quattrini, gli onori; e ce ne vorrà prima che guariscano.
La discriminazione, la progressiva espropriazione e l’espulsione degli ebrei dalle cariche ricoperte, ha aperto la strada alla mobilità sociale e all’arricchimento del resto della società. In questo modo l’antisemitismo di stato si privatizza per l’appunto sotto forma di molteplici opportunità di miglioramento delle condizioni di vita di tutti coloro che ebrei non sono. Questo processo ha assunto forme diverse a secondo che abbia luogo nel Terzo Reich oppure nei paesi occupati o subalterni alla Germania, ma il fenomeno presenta ovunque un tratto comune accolto con soddisfazione dalle società locali: è un meccanismo di «transpropriazione» e di redistribuzione dei beni ebraici a favore degli ariani.
Sul coinvolgimento attivo e diretto della popolazione italiana nell’attacco ai beni ebraici e sulle «molteplici opportunità» che la persecuzione aveva aperto nel paese «a favore degli ariani», grava a tutt’oggi un’ipocrita rimozione, che non è ancora stata messa criticamente in discussione. Una rimozione di lunga durata, la cui origine si colloca subito a ridosso della conclusione del conflitto.
Emblematica in tal senso è la denuncia presentata nel 1946 da Maria Sforni, ebrea fiorentina, dalle cui parole traspare anche come un silenzio vischioso, legato ad atteggiamenti di omertà e collusione, cominciò velocemente ad avvolgere la vicenda dei beni sottratti agli ebrei.
Maria Sforni denunciava alle autorità la razzia compiuta a Firenze nella villa dello zio Gustavo Sforni, uno dei più noti collezionisti d’arte nell’Italia dei primi decenni del Novecento. Nel Villino Sforni si trovavano mobili di grande pregio, un’importante collezione di quadri, sculture, tappeti e una vastissima biblioteca ricca tra l’altro di stampe cinesi e antiche.
“La sottoscritta ha tentato, dopo la Liberazione, di ottenere la restituzione di quanto aveva nel suo Villino, predato dai fascisti […] Scoraggiata in quanto quasi ovunque ha trovato una resistenza oscura, un dire e non dire, pretese ingiustificate di pagamenti a titolo di compenso, per pretesi rimborsi di prezzi pagati […] La sottoscritta è nella posizione poco edificante di ”“dover rinunciare a ogni altro suo diritto, in considerazione che a oggi poco o nulla ha potuto recuperare, mentre la sua roba si trova, orna e abbellisce case di coloro che non hanno diritto ad averla; è preoccupata di tutte le reticenze che essa trova e che le fanno ritenere che in Firenze si trova ancora quanto arredava e corredava la villa di sua proprietà.”
In conclusione, la risposta alla primaria domanda – ha ancora senso la giornata della memoria – è: Si!
Si almeno finché la questione della Schuldfrage, ossia della colpa e della sua purificazione, non saranno pienamente affrontate; fino a che non abbandoneremo la storiella della follia di pochi mostri e affronteremo il fatto che quegli eventi furono frutto di una frenesia generalizzata, dell’abbandono da parte di tutti, anche da parte di chi si limitò a guardare altrove, di tutto ciò che ci rende parte della comunità umana.
“Di tutti i nostri beni ritrovammo un tavolo, una scrivania del Seicento, e una credenza della cucina. Non ritrovammo mai più né l’argenteria, né un preziosissimo servizio di piatti di porcellana del Settecento decorato in oro zecchino, né le suppellettili, né i bellissimi mobili antichi autentici, né una natura morta […] di Giorgio Morandi, né una «Maddalena» della Scuola di Guido Reni e tutto il resto che ci può essere in una grande casa. Avendo la mamma, subito dopo la fine della guerra, ritrovato un nostro vaso presso un antiquario di Ferrara, abbiamo sempre pensato che la nostra roba sia stata comprata dagli stessi ferraresi e che sia ancora nelle loro case.”
Testi di riferimento.
• I.G. Gross e J. Gross, Un raccolto d’oro. Il saccheggio dei beni ebraici, Torino, Einaudi, 2016.
• Commissione Anselmi, Rapporto generale.
• E. Basevi, I beni e la memoria. L’argenteria degli ebrei: piccola scandalosa storia italiana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001
• Ilaria Pavan. “Le conseguenze economiche delle leggi razziali. Il Mulino. 2022 • Karl Jasper. Die Schuldfrage. 1946
• Hannah Arendt. La banalità del male. Feltrinelli. 1964.

















