ANGOLO DELLA SCUOLAOPINIONI

UN FARO DI CIVILTÀ O DI AUTORITARISMO?

Riflessioni di Michele Vespasiano in un pomeriggio nevoso tra ‘sociologia funzionalista’ e ‘sociologia conflittualista’.

Per la complessa organizzazione formale e l’alto numero di specialisti che la compongono, una scuola è sempre una comunità orizzontale e mai può essere verticale. Meno che meno può essere verticistica.

Me ne sono fatto sempre più capace nei miei – ahimè – tantissimi anni che mi hanno permesso di attraversarla, con diversi compiti e incarichi, nei suoi vari ordini didattici e funzionali.

A motivo di tanto, conosco realtà scolastiche che di questa orizzontalità hanno fatto un punto di forza per affermare la loro ragion d’essere, sia per la formazione degli alunni che per la crescita del territorio. Scuole che la storia ha poi orgogliosamente definito “fari di civiltà”.

Ce ne sono altre, però, dove alcune componenti, complice la strutturazione verticistica imposta da leggi miopi e distorsive, sono obbligate a fidarsi della guida dispotica di dirigenti (la l’iniziale minuscola è voluta) mal formati e peggio scelti, ignari di come la sociologia funzionalista si affanni ad evidenziare quanta importanza abbia la scuola nel complesso del sistema sociale e del contesto territoriale.

I risultati poi, com’è ovvio che sia, non sono mai esaltanti. Tutt’altro! Si generano frizioni tra le parti in campo: dirigente Vs docenti, docenti Vs docenti, genitori Vs tutti. Una guerra tra bande le cui conseguenze (talvolta abbastanza serie e che pare importino poco) finiscono per ricadere innanzitutto sui ragazzi, che in quella scuola cercano serenità e motivazioni per il loro impegno. Una guerra che la sociologia di tipo conflittualista assegna a chi nella scuola si preoccupa solo di difendere la propria condizione di privilegio e di potere.

Ho conosciuto presidi che per empatia e professionalità sono stati il motore vero e autentico della loro scuola, portati ad esempio e per questo consegnati alla memoria condivisa, ed altri che, non avendone il necessario carisma, si sono rivestiti del loro titolo per pura vanagloria o forse anche per interesse.

Il dirigente (sempre con la minuscola) che ha a cuore di muoversi nel solco storico che ha fatto della sua scuola un “faro” non può affidare il prestigio del ruolo a disordinati ordini di servizio e men che meno a più o meno immotivati provvedimenti disciplinari a carico di questo e di quello. La sua autorevolezza, che dovrebbe essere innanzitutto didattica e pedagogica, non può scadere in autoritarismo poiché, pur senza volerlo, strutturerebbe inevitabilmente la “sua” comunità in sudditi ignavi, bande di resistenti e osceni kapò.

Va da sé che questo scenario non fa bene a nessuno e innanzitutto al dirigente, che a dispetto dell’auspicata e auspicabile collegialità vorrebbe imporre la sua personale visione. Questa, per quanto possa essere intellettualmente onesta, resterà sempre l’esercizio autocratico di un ras e giammai di una guida che, romanticamente, io continuo a immaginare come di un “primus inter pares“.

Per conseguire il risultato ambito e rendere un gruppo più funzionale, bisogna che si aiutino le contrapposizioni a venire in superficie, senza dar loro tempo e modo di sedimentarsi, e che i resistenti abbiano modo per esprimersi senza che vengano alzate barriere e brandite sanzioni punitive. È questo un approccio relazionale che i sociologi definiscono “strategia della gestione minima del negativo” e che, a ben vedere, vale anche nella scuola per spianare le conflittualità che, molto spesso, in origine erano solo contributi di arricchimento. Sarebbe ora che questi dirigenti ne prendessero atto, solo allora potranno dirsi tali e assieme alla fiducia di tutti potranno meritarsi l’iniziale maiuscola!

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